I cinesi hanno aperto una nuova Via della seta

"La Stampa" del 4 agosto 2010

Mario Deaglio ( 04 agosto 2010 )

"Taranto trasformata in base commerciale cinese?..."

I cinesi hanno aperto una nuova Via della seta


Taranto trasformata in base commerciale cinese? Questa possibilità, riportata su La Stampa di ieri, non è il frutto di un miraggio estivo ma piuttosto di una strategia detta «del filo di perle» che i cinesi perseguono con decisione ormai da diversi anni. Consiste nel disseminare nel mondo basi logistiche per il commercio estero cinese (le «perle» legate tra loro dal «filo» dei traffici) in una concezione in cui l'economia sfuma nella politica e la politica sfuma nell’economia.

Negli ultimi 3-4 anni Pechino ha effettuato una spettacolare offensiva economico-commerciale verso l'Africa superando nettamente in molti Paesi la tradizionale presenza europea. Ora rivolge l'attenzione al Mediterraneo che correttamente considera zona di elevato sviluppo demografico - sulla riva Sud - e di grande potenzialità economica. Il prossimo passo potrebbe essere un forte e diretto coinvolgimento con il mercato europeo, anche a seguito della costruzione di una nuova ferrovia che collegherà Cina ed Europa passando dalla Russia.

Il vero elemento di novità si trova invece in quanto La Stampa scrive oggi: mentre gli italiani sono occupatissimi a discutere sul futuro del governo e su altre questioni che la storia quasi certamente considererà molto secondarie, la Cina sta effettuando le mosse iniziali di un ingresso economico in grande stile in Italia con l'installazione in Italia di banche e catene di distribuzione. Così si venderà una gamma sempre più vasta di prodotti fabbricati in Cina e si potranno anche convogliare prodotti italiani sul mercato cinese. Tale strategia implica anche investimenti cinesi in imprese italiane specialmente in settori manifatturieri in cui l'industria italiana vanta una forte presenza nel mondo.

Questa nuova spinta economica cinese è dovuta a un mutamento che sta portando a un rapidissimo aumento del peso economico dell'Asia Orientale e Meridionale: la Cina di oggi non è soltanto un grande fornitore di giocattoli, magliette di peluche e cianfrusaglie varie a bassissimo costo. Anche a seguito di una gigantesca politica dell'istruzione - che la porta ogni anno a sfornare circa il doppio dei tecnici e degli ingegneri dell'Europa - oggi la Cina sa fare quasi tutto, con una qualità molto spesso quasi pari a quella europea e italiana e a un prezzo che, al cambio attuale, è semplicemente imbattibile dalle imprese europee e italiane. I prezzi delle esportazioni cinesi, in ogni caso, rimarranno robustamente competitivi anche dopo la sperabile rivalutazione della moneta cinese, lo yuan, che è stata molto lentamente avviata.

Dal punto di vista cinese questa strategia appare del tutto ragionevole: si impiega nell'acquisto di imprese straniere e in investimenti esteri una parte delle riserve finanziarie accumulate nel corso degli anni come alternativa al prestito delle stesse riserve agli americani. Tale prestito lascia a Washington ogni decisione sulla dinamica del suo enorme e crescente deficit, comprese quelle su politiche estere molto costose, come quelle condotte in Afghanistan e in Iraq sulle quali Pechino vorrebbe maggiore concertazione.

Infine, in questa gigantesca partita economico-finanziaria, i cinesi possono mettere sul tavolo una qualche forma di impegno a finanziare i debiti pubblici - strutturalmente crescenti - dei Paesi europei. Già oggi possiedono una quota molto rilevante del debito pubblico italiano e l'Italia deve fare affidamento sul loro buon volere per il rifinanziamento che questo debito richiede. Insomma, mentre l'interesse generale italiano ruota attorno al fattore B (Berlusconi) sarebbe importante riservare un po' dell'attenzione collettiva al fattore C (Cina). E provare a pensare a quale via le imprese italiane potrebbero ragionevolmente percorrere in questa nuova situazione.

Difficilmente praticabile appare la chiusura dello spazio economico europeo all'attività economica cinese, con iniziative più o meno dichiaratamente protezionistiche, perché l'Europa ha bisogno della collaborazione finanziaria da parte di Pechino; oltre che un temibile concorrente la Cina e l'Asia continuano poi a rappresentare per l'Europa un'enorme opportunità economica come dimostra la crescita delle esportazioni italiane verso quell'area, uno dei pochi punti veramente positivi nell'attuale situazione di crisi.

Una maggiore collaborazione appare inevitabile e questa deve implicare la messa a punto di progetti comuni a tutti i livelli: da quello delle imprese che concludono accordi di collaborazione di lungo periodo a quello delle infrastrutture necessarie per favorire questi progetti. L'industria europea e l'industria italiana in particolare dovranno effettuare un esame spassionato della loro posizione nel mondo e troveranno che la «via della seta», come un tempo si chiamava l'asse commerciale tra Europa e Estremo Oriente, può servire a bilanciare le rotte atlantiche verso l'America Settentrionale, le quali da tempo stanno perdendo vigore.


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