La maggioranza evanescente

"Corriere della Sera" del 4 agosto 2010

Pierluigi Battista ( 04 agosto 2010 )

"Non sarà il terzo polo, come si affannano a dire gli stessi protagonisti, ma il patto siglato sul «caso Caliendo» tra finiani, Udc, l’Api di Rutelli e il Mpa di Lombardo (un’ottantina almeno di voti parlamentari) spezza simbolicamente l’autosufficienza della maggioranza uscita dalle urne del 2008...."

La maggioranza evanescente


Non sarà il terzo polo, come si affannano a dire gli stessi protagonisti, ma il patto siglato sul «caso Caliendo» tra finiani, Udc, l’Api di Rutelli e il Mpa di Lombardo (un’ottantina almeno di voti parlamentari) spezza simbolicamente l’autosufficienza della maggioranza uscita dalle urne del 2008. I numeri dicono che la soglia dei 316 parlamentari necessari per sancire la maggioranza del governo alla Camera non si raggiunge senza l’apporto del nuovo «Futuro e Libertà» di Fini. Le scelte politiche dicono che una parte dell’attuale maggioranza subordina il proprio voto a un accordo preventivo con una parte della minoranza. Fini, appena estromesso con atto d’imperio dal Pdl, aveva avvisato che il voto favorevole dei nuovi «separati» sarebbe stato garantito solo sui provvedimenti in linea con il programma elettorale e nel patto con gli elettori. La sfrenata fantasia della terminologia politica italiana, prodiga di governi «tecnici», «balneari», e così via, rischia ora di essere costretta a partorire una nuova bizzarria: il governo «di volta in volta». Una maggioranza che a volte c’è, e altre volte no. Con una parte della maggioranza, i finiani, che di volta in volta preferisce accordarsi con una parte della minoranza, anziché con il resto della maggioranza schierata senza indugio con il premier.

Un pasticcio. Che forse si poteva evitare se Berlusconi, prima della clamorosa rottura con Fini, non avesse sottovalutato i numeri dell’avversario, facendosi orientare da consiglieri poco accorti, o poco avvezzi alle insidie del pallottoliere parlamentare. Ma ora che la frattura si è consumata, il premier non può dare l’impressione di barcamenarsi con la variabilità delle contingenze. Non può rassegnarsi alla filosofia paralizzante del «governo di volta in volta». Un’oscillazione che si riflette nelle dichiarazioni di Berlusconi negli ultimi giorni. Prima rassicura la sua maggioranza, ma anche i mercati internazionali e le istituzioni sovranazionali preoccupate per una nuova stagione di instabilità in Italia, di avere i numeri per governare secondo il mandato degli elettori. Poi paventa la possibilità che «incidenti » di percorso possano costringere il governo a gettare la spugna e a ricorrere alle elezioni anticipate. Le somiglianze con il precedente del governo Prodi, evocate per sottolineare l’analogia di governi retti su una base fragilissima e risicatissima di voti parlamentari, finiscono proprio qui. Perché per Prodi l’ipotesi delle elezioni rappresentava la morte politica del governo e del centrosinistra. Per Berlusconi, le elezioni possono essere invece la soluzione ricercata e desiderata, la prospettiva di una nuova vittoria autorizzata dalla debolezza dell’avversario e dalla confusione in cui versa l’attuale opposizione.

Il segretario del Pd Bersani ha aperto all'idea di un «governo di transizione» (a guida Tremonti, parrebbe di capire nonostante le rettifiche). Ma il vero dilemma che si pone a Berlusconi è puntare al voto anticipato, sfidando paure e perplessità internazionali e confidando sugli inevitabili «incidenti» che i finiani potrebbero provocare. Oppure accettare una navigazione entro i confini di questa legislatura. Ma la seconda opzione implicherebbe necessariamente se non una ricucitura con Fini, allo stato delle cose impossibile, per lo meno la definizione di un patto tra diversi, così come è avvenuto e continua ad avvenire tra il Pdl e la Lega. Quel che non può accadere è la maggioranza «di volta in volta»: sarebbe l'antefatto di una paralisi dell'azione di governo. Di un'incertezza che lascerebbe l'Italia senza guida e senza un orientamento stabile. Se Berlusconi vuole andare alle elezioni anticipate, sarebbe meglio una scelta chiara, dichiarata, esplicita, anziché subordinata alle occasioni che di volta in volta potrebbero provocarle. Se invece la sua intenzione fosse quella di non interrompere traumaticamente la legislatura, il riannodarsi di un minimo di collaborazione con Fini sarebbe obbligato. Mettendo da parte orgoglio e risentimenti, come del resto Berlusconi già ha fatto in passato proprio con Bossi e la Lega. Una scelta politica, e non l'attesa di un «incidente».

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