Fini sceglie i falchi come capigruppo

"Il Riformista" del 3 agosto 2010

Alessandro De Angelis ( 04 agosto 2010 )

Analisi de "Il Riformista" sulle ultime mosse di Fini...

Fini sceglie i falchi come capigruppo


Una furia, il presidente della Camera. Perché Vittorio Feltri continua a picchiare sull’affaire della casa a Montecarlo. Perché il premier, così dicono i finiani, continua a telefonare ai parlamentari per «riprenderseli». Bastone e carota.
Per Fini la manina che li agita è la stessa, quella di Berlusconi. E se l’andazzo non dovesse cambiare, il presidente della Camera ha messo in conto anche l’uso delle armi più deflagranti: «Se continua così - spiega chi ha parlato con lui - voteremo una legge sul conflitto di interessi».

È più di una voce dal sen fuggita. Negli ultimi giorni Fini si è convinto che una ricomposizione è assai difficile. E che comunque questo assetto politico ha i mesi contati. Il messaggio, neanche tanto in codice, lo recapita Italo Bocchino. Che offre una tregua prefigurando già un diverso scenario: «La legislatura - spiega - dura solo se si sigla un patto politico tra Berlusconi e Fini. Altrimenti è velleitario pensare che ci possano ridurre a una mini-An che se ne sta buona a coltivare il proprio orticello elettorale nel suo isolamento».

E chissà se è un caso che sulla mozione di sfiducia a Caliendo, calendarizzata per domani, Fini ha scelto la linea più dura, sia pur nelle condizioni date. L’asticella, al momento, è fissata sull’astensione, magari motivata da un documento autonomo. È un modo per mantenere il punto sulla «legalità» evitando di fornire al premier l’incidente per lo showdown elettorale, votando con l’opposizione. Ed è anche un modo per mantenere unito il fronte finiano visto che la pattuglia governativa è filo-Caliendo, una parte del gruppo - da Lo Presti a Lamorte - si è espressa a difesa del sottosegretario, un’altra ne vorrebbe la testa, e si è schierata a favore dell’uscita dall’Aula.

La novità però - e non è un dettaglio - è che oggi una delegazione finiana incontrerà l’Udc per trovare una possibile convergenza proprio sull’astensione, visto che il partito di Casini considera la mozione dell’opposizione troppo «dura» e troppo marcata negli accenti giustizialisti. Di qui a ipotizzare scenari di intese, di assi, o di terzi poli il salto sarebbe davvero spericolato. Tuttavia è vero che Fini e Casini in questi giorni si sono cercati, sentiti, hanno pure espresso comuni perplessità sulle elezioni anticipate. E chi ha raccolto i ragionamenti del presidente della Camera racconta che dinanzi a un precipitare degli eventi non ha affatto escluso uno scenario di transizione.

Lo schema di gioco, dunque, sta cambiando, in questo convulso tornante di legislatura. Ne è prova il nervosismo all’interno del Pdl. Fabrizio Cicchitto ha bollato come «inaccettabile» che «si proceda al voto sulla mozione di sfiducia a Caliendo quando è in corso ancora il procedimento giudiziario nei confronti di Caliendo». Chissà se è un modo per caricare il clima, per arrivare alla resa dei conti coi finiani dopo che per giorni il premier ha invitato a stanarli subito, alla prima occasione parlamentare utile.

Sia come sia pure il presidente della Camera ha messo in conto la drammatizzazione dello scontro. Ne parlerà questa sera con tutti i suoi, in occasione di una cena organizzata alla fondazione Fare Futuro: più che un appuntamento ludico, una sorta di direzione del nascituro soggetto. Già, perché l’obiettivo è «stare pronti», al più presto, col «partito di Fini».

Pure l’alone di mistero che aleggia attorno all’appuntamento dà il senso di un cambio di passo rispetto agli ultimi tempi. Al presidente della Camera non è piaciuta l’immagine delle divisioni nei neo-nati gruppi tra falchi e colombe, le troppe interviste sui giornali a veri o presunti custodi della sua ortodossia. E poiché ognuno decide il tasso di democrazia a casa sua, toccherà Fini, come ai bei tempi di An, di mettere un po’ d’ordine e decidere su organigrammi e nuovi colonnelli. E, come ai tempi di An, in parte ha già deciso. Ad Adolfo Urso, ad esempio, sarà affidato il delicato compito di costruire il nuovo partito sul territorio, un po’ come fece coi circoli di An quando ancora esisteva il Msi.

Più complicata la situazione nei gruppi parlamentari. Alla Camera la rosa dei possibili capigruppo è composta da tre nomi: Italo Bocchino (il falco), Silvano Moffa (la colomba) e Benedetto della Vedova (l’outsider). La prima scelta, per alcuni, sarebbe la pietra tombale della possibilità di ricomposizione con Berlusconi, e non aiuterebbe a convincere gli indecisi che sono rimasti nel Pdl ma sono ancora in bilico. Sin dalle prime consultazioni dopo lo strappo del premier, qualcuno avrebbe posto come condizione per aderire di non essere guidato dai Bocchino, Granata e Briguglio. Quindi meglio il mite Moffa. E però la partita è complessa. Perché altri, sempre a microfoni spenti, sostengono che Bocchino può contare sui due terzi dei componenti del gruppo e quindi ne è il leader naturale. Mentre le posizioni di Della Vedova sono molto minoritarie.

Alla fine deciderà Fini, a chiusura di dibattito. Visti i tempi pare intenzionato alle maniere forti puntando su Bocchino alla Camera, e concedendo alle colombe la guida del gruppo al Senato (si è costituito ieri) dove si fanno i nomi di Pasquale Viespoli, che però è sottosegretario e di Giuseppe Valditara.

Materiale: