L'orizzonte ristretto di Fini

"La Stampa" del 5 agosto 2010

Lucia Annunziata ( 05 agosto 2010 )

"Di partiti ne abbiamo visti nascere, spaccarsi, morire, rifondarsi anche nella nostra (nemmeno tanto lunga) vita...."

L'orizzonte ristretto di Fini


Di partiti ne abbiamo visti nascere, spaccarsi, morire, rifondarsi anche nella nostra (nemmeno tanto lunga) vita. E sempre, in una maniera o in un’altra, ragionevoli o irragionevoli che siano stati, comunisti, socialisti, liberisti, terzomondisti, autoritari, nazionalisti, qualunquisti, sempre comunque nati intorno a un principio da difendere con la ragione, il cuore, le mani se necessario, le armi se chiamati.

Intorno a una passione, insomma. Mai, assolutamente mai, ne abbiamo invece visto nascere uno sulla negazione della scelta: l’astensione. Qualcosa è andato perso per strada, ieri, durante il voto di sfiducia al sottosegretario Caliendo. Qualcosa che pure aveva rianimato il dibattito politico di questo Paese negli ultimi mesi: il vigore della polemica, il desiderio di scegliere, la passione dell’opinione, appunto.

Lo sappiamo, lo abbiamo ben capito. L’astensione del gruppo di Fini, insieme a quello di Casini, ha ragioni istituzionali molto serie: non precipitare il Paese nel caos di una crisi al buio. Ma questo orizzonte è già in sé una rinuncia, un rinchiudersi in un orizzonte tutto parlamentare-politico. Una negazione in sé, dunque, della battaglia che lo stesso Fini ha finora condotto, e che ha avuto l’impatto che ha avuto proprio perché aveva spaccato il recinto del politicismo istituzionale.

Qualunque cosa ne dica il Premier, il presidente della Camera ha pesato non perché (o non solo) ha compiaciuto la sinistra, ma perché ha reso trasparente il dissenso interno a un partito, perché ha verbalizzato con semplicità le conseguenze pratiche dei diversi principi. Fini è stato efficace, insomma, perché è uscito dai circuiti giornalistico-politici, rotto le pareti dei Palazzi, del Parlamento stesso, ridando ai cittadini la possibilità di capire e scegliere fra coloro con cui si è d’accordo e coloro con cui non lo si è. Che è poi il centro della dinamica democratica, ed è l'aria che manca in un sistema parlamentare che, ricordiamoci, è stato costruito con liste bloccate, cioè senza dare alcuna scelta a chi vota. Non a caso, i temi agitati dal presidente della Camera non sono stati di natura tecnica, ma temi essenziali, comprensibili a tutti: la moralità pubblica, la tenuta anticorruzione, l’unità della nazione, la distinzione fra eroi veri ed eroi sbagliati. Quando poche settimane fa, ad esempio, pronunciava il suo «Borsellino è un eroe, Mangano (lo stalliere di Arcore, nda) no», dava alla politica di nuovo il suo ruolo di guida del Paese in una scelta di valori. Che la sua sia stata una battaglia popolare, a dispetto dei sondaggi del Cavaliere, lo prova il numero stesso di deputati e senatori che ha deciso di seguirlo - secondo la regola spesso citata da Churchill (ma non da lui inventata) che nessun tacchino anticipa il Natale, questi parlamentari non pensano certo che il loro è un suicidio.

Rispetto a tutto il «furore» dei mesi scorsi, l’aula ci ha restituito ieri invece un gruppo finiano smortaccino, sedato più che calmo. L’intervento di Della Vedova, più che volterriano è stato l’apologia dei distinguo. La definizione di un sé politico scritto più da quello da cui si prende le distanze che da quello per cui si scende in campo. Garantismo e giustizialismo non sono «opposti estremismi» come ha detto Casini, nuovo alleato ufficiale da ieri, di Gianfranco Fini. Il garantismo è un concetto legale, il giustizialismo è un vizio della politica. Non riusciamo a credere che ieri non si potesse scegliere sulla questione Caliendo, sul filo di un rigoroso garantismo: quello dovuto ai cittadini, ad esempio, che hanno diritto per definizione a un governo senza ombre. In realtà, nemmeno Fini e i finiani, in questa loro più modesta versione, hanno dato l'impressione di credere in quello che facevano. Le buone ragioni istituzionali per cui si sono mossi in questo modo per altro non sono state affatto difese, dal momento che i 304 voti contrari e astenuti sono comunque una messa in mora, sia pur non formalizzata, di un governo che ha contato solo 299 consensi. Ma allora tanto valeva dirlo. Dire che ci si asteneva per ragioni nobili ma tattiche. Ed evitare un po’ di imbarazzo a tutti.

Fossi Fini mi chiederei stamattina quanto hanno capito di tutto quello che è successo e ancora succederà i cittadini che sono stati a guardarlo in questi ultimi mesi. Nel bar collettivo in cui di solito collochiamo l’opinione pubblica, mi immagino sentire la domanda: ma valeva la pena di spaccare un partito, e un governo, per astenersi?


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