La transizione è finita

"Il Riformista" del 18 novembre 2008

Andrea Romano ( 18 novembre 2008 )

Questo pezzo di Andrea Romano pubblicato dal "Il Riformista" fa pandant con l'articolo di Galli Della Loggia di oggi sul Corriere. Anche Romano con la consueta intelligenza ci spinge a riflettere sul nostro profilo riformista e sulla nostra azione politica.


La transizione è finita.
E l'antiberlusconismo è diventato uno spettacolo nichilista.

Forse dovremmo metterci l’anima in pace. La nostra cosiddetta “transizione infinita” è finita. La geografia civile italiana si è finalmente stabilizzata, dopo quindici anni di sommovimenti, e ha prodotto le due entità che segnano ormai questa fase della nostra vita nazionale. Due soggetti che non sono i blocchi elettorali prodotti dal voto di aprile (forse meno resistenti di quanto pensiamo, se non altro per la fragilità politica o fisica dei rispettivi leader) ma piuttosto i due blocchi di opinione che ne sorreggono l’impalcatura. Uno di questi è naturalmente il berlusconismo e ogni giorno – attendendo quella storia del fenomeno berlusconiano che prima o poi dovrà essere scritta da uno storico dell’Italia contemporanea – ne registriamo i mutamenti, l’abilità nel trasformarsi e assorbire frammenti sempre nuovi dell’identità italiana.

L’altro è il blocco di opinione antiberlusconiano. Anch’esso è stato capace di cambiare in profondità nel corso di questo quindicennio. Non tanto nelle sue espressioni direttamente politiche, che dal post-occhettismo al girotondismo e poi al dipietrismo hanno sempre avuto esiti poco più che minoritari. Il cambiamento è avvenuto piuttosto nei modi in cui il cosiddetto “antiberlusconismo radicale” ha interpretato l’Italia e gli italiani prima ancora delle gesta del Cavaliere, lungo una parabola che dalla visione di una palingenesi morale è arrivata alla più recente diagnosi di un nostro irreversibile coma civile.

Non sono un lettore particolarmente assiduo di Paolo Flores d’Arcais ma in questi giorni ho trovato molto utile la sua introduzione del 1995 all’opera più nota di Gobetti (ripubblicata pochi giorni fa nella Pbe Einaudi: Piero Gobetti “La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia”, a cura di Ersilia Alessandrone Perona, pp.194, euro 18,00). Dell’antiberlusconismo radicale Flores d’Arcais è sempre stato il teorico più serio, capace di alimentarne l’immaginario con categorie condivise e durevoli. E rileggere oggi quelle sue pagine dà immediatamente il senso dell’enorme distanza percorsa dal suo mondo (ben al di là dell’interpretazione del pensiero di Gobetti, che da quell’antiberlusconismo è stato utilizzato con la stessa dose di arbitrio creativo che in passato era stata dell’azionismo e del PCI).

Nel marzo 1995, nel momento di passaggio tra la sconfitta del primo berlusconismo e la vittoria del primo Ulivo, Flores d’Arcais vedeva la traduzione della gobettiana “rivoluzione liberale” nella “rivoluzione della legalità” allora in corso all’alba della Seconda Repubblica. E dunque la possibilità di “uscire dal circolo vizioso che in Italia ha trasformato gran parte dei cittadini in clienti, e gran parte dei politici e degli amministratori (e della borghesia ammanicata) in “padroni” dei poteri”. In queste righe c’era naturalmente l’odore di Mani Pulite, ma più di quello si avvertiva l’annuncio di “un’autentica e pacifica rivoluzione etico-politica che modifichi il comportamento degli italiani rassegnati all’illegalità”. Era il nocciolo teorico dell’antiberlusconismo radicale, ciò che lo ha reso fin dall’inizio uguale e contrario al berlusconismo: il suo sequestro dell’etica pubblica a scopi di parte, l’operazione doppiamente immorale di chi non dice la verità su se stesso privando inoltre la collettività di risorse etiche che dovrebbero rimanere condivise.

Tredici anni dopo, quell’annuncio di palingenesi si è sdoppiato in due rami ugualmente sterili. Il primo è quello segnato dalla ridondanza a giorni alterni dell’allarme-regime. Un ramo più classicamente politico, che vede Di Pietro in Parlamento raffigurare Berlusconi come il generale Videla o il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini scrivere del berlusconismo né più né meno come di “un regime con tratti in comune con il fascismo”. Con buona pace sia del rispetto dovuto alle vere vittime dei veri fascismi, italiano e argentino, sia della buona salute dei nostri sensori civili devastati con tanta leggerezza.

Il secondo ramo è ugualmente sterile ma assai più redditizio per i suoi protagonisti, che con Santoro o Travaglio hanno fatto dell’antiberlusconismo una dimensione dello spettacolo televisivo o dell’industria editoriale in grado di contare su una solida e generosa tribù di seguaci. Da questi due rami non nascerà più niente di politicamente rilevante né tantomeno di minaccioso per il dominio berlusconiano. Ma la loro ragion d’essere è in una lettura ormai nichilista dell’Italia come paese perduto e della “rivoluzione della legalità” come l’ennesima occasione mancata della storia nazionale. E in questo sono diventati un elemento stabile della geografia civile a cui è giunta la nostra lunga ma ormai conclusa transizione.




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