Quando la retorica contro il "regime" banalizza Hitler e Mussolini

"Il Riformista" del 25 novembre 2008

Andrea Romano ( 25 novembre 2008 )

Andrea Romano risponde a Massimo Giannini penna illustre di Repubblica. L'articolo di Romano è interessante perchè, a mio parere, sfonda con argomenti condivisibili il muro dell'omertà e del conformismo che circonda una "sinistra" giacobina sempre pronta ad inneggiare al radicalismo di Di Pietro e al suo populismo e questo, ovviamente, per il bene del "PD".

Quando la retorica contro il "regime" banalizza Hitler e Mussolini

Risposta alla replica di Massimo Giannini.

Confesso di non aver letto l'ultimo libro di Massimo Giannini. Non ho avuto cuore a comprarlo perché ho stima di lui (soprattutto come autore di libri, e Giannini lo sa avendomi avuto come editor del suo bel volume einaudiano su Carlo Azeglio Ciampi). Non ho voluto rischiare di cambiare idea leggendo un libro che porta come sottotitolo "Il ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo", e ho preferito rimanere al Giannini giornalista. Tendo infatti a prendere sul serio le parole. E il fascismo è il fascismo, non è qualcosa che gli somiglia da vicino o da lontano. Ho dunque preso sul serio le parole che Giannini ha usato nell'anticipazione pubblicata dal suo stesso quotidiano il 15 novembre, laddove scrive che «il berlusconismo ha davvero alcuni tratti in comune con il fascismo... come sovrastruttura politica, sociale e culturale incline ad un autoritarismo e un plebiscitarismo che oggi possono spaventare molti di noi ma che incontrano il favore della gente». Parole serie, niente affatto bacate né stupide o disinvolte. Parole serie che per birbante coincidenza arrivano negli stessi giorni in cui Antonio Di Pietro equipara Silvio Berlusconi prima a Jorge Videla e poi ad Adolf Hitler, non distinguendosi né potendo distinguersi da quelle.

Perché il punto è proprio qui, al di là di Massimo Giannini a cui non posso che ribadire la mia amichevole stima. Il punto è nei danni che la «retorica del regime pseudo-fascista berlusconiano» ha inflitto alla qualità della nostra discussione pubblica. Devastandone la capacità di distinguere e giudicare. Lasciandoci in balia di un pastone dove tutto è uguale a tutto. E in quel tutto, il Novecento viene usato come combustibile di una escalation irresponsabile. Prendiamo ancora Di Pietro e la sua più recente uscita su Berlusconi-Hitler, aggravata dal paragone tra i magistrati italiani e il popolo ebraico. Per qualunque persona di buon senso (e sicuramente anche per Giannini) si tratta di un'infamia senza pari. Non certo per l'offesa che rivolge a Berlusconi, ma per la disinvoltura con cui travolge la nostra percezione del nazionalsocialismo e della Shoah.

Eppure su Repubblica di ieri non c'è una riga, non una battuta né un commento nemmeno brevissimo di una delle tante ottime firme di quella testata che denunci quell'infamia e che inchiodi Di Pietro alle sue parole. Non c'è una parola perché la retorica del regime pseudo-fascista non consente distinzioni. E una volta infranta la cortina dell'allarme fascismo non resta che avanzare, inevitabilmente, fino al sacrario dell'hitlerismo. Sono convinto che quello di Di Pietro non sia il pensiero né di Repubblica né di Massimo Giannini. Ma il mondo progressista e antiberlusconiano che, come ha fatto Giannini, ricorre a quella retorica si priva della possibilità di distinguersi dal dipietrismo, molto più efficace nel confezionare immagini contundenti con quel materiale simbolico, lasciando la sola destra berlusconiana a denunciare l'infame accostamento tra la democrazia repubblicana e il nazionalsocialismo.

Perché la nostra resta una democrazia, caro Giannini. Una democrazia che nell'ultimo quindicennio ha conosciuto un'alternanza perfetta tra il centrodestra berlusconiano e il centrosinistra. Con lunghi periodi di governo dell'uno e dell'altro, con risultati politici efficaci o meno efficaci, con alcuni leader che hanno scalzato Berlusconi dal potere e altri che non ci sono riusciti. Non è un sofisma accademico ricordare invece cos'è stato qualsiasi fascismo (e quello italiano di sicuro) nel corso del Novecento. Non solo la triade Dio-Patria-Famiglia recentemente rinnovata da Mara Carfagna o da Giulio Tremonti, non solo il turpiloquio politico di Berlusconi né la sua insofferenza per le istituzioni di garanzia. Il fascismo è stato violenza, censura, guerra e repressione applicate in misura abbondante e sistemica a buona parte d'Europa.

Una sola cosa mi è poco chiara nella replica di Giannini. Là dove mi chiede perché non scrivo mai sulle nefandezze di Berlusconi. Non mi è chiara innanzitutto perché non è vera, avendone scritto anche su questo giornale nei due mesi della mia collaborazione e regolarmente nei miei commenti per la Stampa. Ma soprattutto mi ricorda la critica che recentemente è venuta da Eugenio Scalfari (sull'Espresso del 13 novembre) all'indirizzo di quei «giornalisti con il bollino blu» che indeboliscono la propria indipendenza di giudizio proclamandosi di sinistra ma esercitandosi soprattutto nella critica della sinistra. Non so se è questo il senso della domanda di Giannini. Se così fosse sarei in ottima compagnia, nonostante la scomunica di Scalfari (che pure ha portato per anni quel «bollino blu» bene in alto sulla manica). È da quando esiste una sinistra moderna che esistono giornalisti di sinistra che si esercitano nella sua critica. È questione di passione per il proprio mondo, simbolico o politico o culturale che sia. E anche di esercizio di quella facoltà di critica che rappresenta (ma devo davvero ricordarlo a Massimo Giannini?) la sostanza della libera stampa, per chi legge e per chi scrive. Naturalmente fintanto che un qualche fascismo non arrivi a toglierla di mezzo.


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