Opposizione il cantiere incompiuto

"La Stampa" del 30 settembre 2010

Federico Geremicca ( 30 settembre 2010 )

"Sei mesi, non di più. Se ha un fondamento la previsione sfuggita al ministro dell’Interno ieri sera subito dopo il deludente voto di fiducia alla Camera («Tanto a marzo si vota...»), è questo il tempo che resta alle opposizioni per rendere credibile agli occhi degli elettori una alternativa al quarto ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi...."

Opposizione il cantiere incompiuto


Sei mesi, non di più. Se ha un fondamento la previsione sfuggita al ministro dell’Interno ieri sera subito dopo il deludente voto di fiducia alla Camera («Tanto a marzo si vota...»), è questo il tempo che resta alle opposizioni per rendere credibile agli occhi degli elettori una alternativa al quarto ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

Il tempo non è molto: non lo è in assoluto, e lo è ancor meno di fronte al lavoro che tocca fare. E se è vero che non si parte da zero, è altrettanto certo che delle tre scelte fondamentali per vincere nelle urne (qualità del programma, ampiezza e coerenza della coalizione, credibilità del candidato-premier) non una è stata ancora compiuta. E stando a quel che si annusava ieri nel fronte delle opposizioni, non è detto che questo avverrà rapidamente e - soprattutto - semplicemente.

Al momento, infatti, il campo di chi si oppone al governo in carica somiglia a un gigantesco e contraddittorio cantiere, dove ognuno progetta ed edifica per conto suo. A dirla in pochissime parole, geografia e strategie delle forze di opposizione possono - allo stato attuale - essere riassunte più o meno così: Nichi Vendola lavora alla sua candidatura alle primarie e al «radicamento sul territorio» - come si dice - della sua Sel; Antonio Di Pietro, inseguito dal movimento di Beppe Grillo, radicalizza ogni giorno di più la sua posizione per tentare di tenere assieme un’area di dissenso sempre meno addomesticabile; Pier Ferdinando Casini è tutto preso dal suo progetto di terzo polo, convinto che le condizioni si siano fatte quanto mai propizie, anche perché - come confidava ieri - «Fini non può stare né di là né finire nel Pd, quindi verrà con noi»; e appunto il Pd, in ultimo, sembra impegnato soprattutto a recuperare un grado accettabile di unità interna per poi potersi dedicare a quel che è importante davvero: e cioè costruzione delle alleanze in vista delle elezioni e scelta del candidato-premier.

Ognuno dei quattro partiti o movimenti che fanno opposizione al governo di Silvio Berlusconi ha, come si vede, le sue belle gatte da pelare: e gatte, naturalmente, che diventerebbero letteralmente impossibili da pelare se, piuttosto che la previsione di Roberto Maroni, fosse centrata quella di Nichi Vendola: «Questa confusione durerà ancora qualche giorno, al massimo qualche settimana, poi si vota...». Uno show down più ravvicinato rispetto al marzo ipotizzato dal ministro dell’Interno, infatti, coglierebbe l’opposizione del tutto impreparata: un po’ come è accaduto all’esplodere del conflitto Berlusconi-Fini quando, di fronte all’ipotesi di una imminente crisi di governo, Pd, Udc e Italia dei Valori prospettarono soluzioni e vie d’uscita del tutto differenti l’uno dall’altro (dallo scioglimento delle Camere fino a un governo tecnico che si incaricasse di riformare la legge elettorale).

Il tempo non è molto, dicevamo. Al contrario della confusione, che continua a crescere: è in piedi, ma indefinita, l’ipotesi che il candidato premier venga scelto attraverso primarie (e in quel caso quale sarà il candidato del Pd, solo Bersani o chiunque voglia?); è del tutto per aria il tipo di coalizione con la quale sfidare il Cavaliere (tutti assieme da Vendola fino a Casini oppure no?); né si ascolta in giro lo straccio di un’idea-forza capace di rimobilitare un elettorato deluso e - magari - di guadagnare gli ulteriori consensi necessari per tornare alla guida del Paese. Se a questo si aggiunge l’ipotesi di affidare la guida della coalizione a un cosiddetto «Papa straniero» - cioè ad una personalità esterna ai partiti, sul modello Prodi - il quadro è completo. E non è un quadro che, per il momento, possa indurre a particolare ottimismo.

Ciò nonostante, la partita - si votasse a marzo o perfino prima, come continua a sperare la Lega - appare del tutto aperta. L’immagine di Berlusconi è appannata, il Pdl ha perso un importante pezzo e la parabola del governo sembra aver irreversibilmente imboccato la sua fase discendente: raramente, da quando il Cavaliere è in campo, le condizioni sono apparse così favorevoli - in partenza - ad una vittoria del centrosinistra. In più, dall’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica (elezioni del 1994), non è mai accaduto che la maggioranza uscente trovasse una conferma dalla urne. I ricorsi storici e le difficoltà in cui versa il governo, insomma, parlano a favore dell’opposizione. Ma è certo che - un errore oggi, una rissa domani - queste condizioni possono ancora cambiare. Del resto, quanto ad autolesionismo, il centrosinistra italiano non deve prendere lezioni davvero da nessuno...



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