Il cromosoma P. Due libri sul prodismo

"Il Riformista" del 27 novembre 2008

Andrea Romano ( 27 novembre 2008 )

Un pezzo sul prodismo, gustoso da leggere e capace di far riflettere, anche chi, come me, pensa che Prodi sarebbe stato altro se il povero Andreatta avesse potuto consigliarlo ancora per parecchio tempo.


Il cromosoma P. Due libri sul prodismo

Se di Romano Prodi conosciamo le ultime attività, del prodismo si sono perse le tracce. Non tanto della componente del PD promossa dai seguaci dell’ex presidente del consiglio, della cui vitalità ci ricordano le periodiche bordate di Arturo Parisi contro Veltroni, ma del fenomeno politico nel quale si è identificato il centrosinistra italiano per più di un decennio. In realtà davanti al reducismo veltroniano e dalemiano c’è davvero da chiedersi cosa sia stato quel fenomeno, cos’abbia prodotto negli anni di governo e cos’abbia lasciato dietro di sé. Perché se la damnatio del prodismo ha dato la spinta iniziale alla leadership di Veltroni, l’assenza di una piena elaborazione dei nodi politici e culturali che ne segnarono i successi e i fallimenti pesa sempre di più nelle gambe del PD.

In attesa degli storici futuri, arrivano in libreria le prime testimonianze: analisi e memorie di prodiani di prima linea su questi ultimi anni di politica e governo. In pochi giorni se ne contano due. La prima è di Rodolfo Brancoli, che di Prodi è stato stretto collaboratore dopo una carriera di primissimo piano nel giornalismo italiano. La seconda è di Edmondo Berselli, che del prodismo è stato interprete militante con i suoi commenti per Repubblica e l’Espresso. Due libri utili soprattutto a capire l’autopercezione del prodismo come eccezione antropologica e morale, sullo sfondo di una normalità italiana refrattaria a concedersi ad un’opera di governo modernizzatore.

Il libro di Brancoli è particolarmente prezioso come fonte testimoniale, raccontando in dettaglio l’agenda dell’ultimo governo Prodi nel suo svolgersi quasi quotidiano tra politica interna e internazionale e nei suoi rapporti con il mondo economico, con il Vaticano e con la stampa. Ed è anche il più netto nel raffigurare il prodismo come parentesi della storia italiana. Anzi come duplice parentesi, in un ciclo di governo berlusconiano interrotto due volte e solo “per un cumulo irripetibile di circostanze”. Con la seconda esperienza, quella del 2006-2007, che arriva già fuori tempo massimo: “in una cornice totalmente ostile e in un momento di incipiente collasso della cosiddetta Seconda Repubblica”. Cosa avrebbe reso quella cornice tanto ostile al ritorno di Prodi? Secondo Brancoli, tre processi nazionali e internazionali di carattere involutivo: “la riproporzionalizzazione della politica italiana, che ha chiuso la parentesi maggioritaria”, “la riclericalizzazione della Chiesa cattolica, che ha ridotto l’autonomia dei laici cattolici”, “la riideologizzazione della politica internazionale, impressa da una presidenza americana che ha affossato il multilateralismo e diviso l’Europa”. Una sintesi efficace, quella di Brancoli, ma anche una giustificazione che troppo sbrigativamente punta il dito lontano da sé, senza interrogarsi sui limiti che lo stesso prodismo ha rivelato alla prova del governo e nel rapporto con il paese.

Si prenda ad esempio la vicenda della cosiddetta “lenzuolata Bersani”, e dunque del pacchetto di liberalizzazioni fortemente voluto dall’ultimo governo Prodi. Nella ricostruzione di Brancoli, “il provvedimento arrivò sul tavolo del Consiglio dei ministri e venne approvato all’unanimità con un effetto sorpresa totale, grazie alla rapidità e alla riservatezza con cui si era agito. Fu quello il solo caso in cui il governo riuscì a controllare con efficacia la comunicazione”. L’immagine è quella di un governo costretto ad agire come un nucleo partigiano, contro nemici appostati dappertutto. Dunque un esecutivo che rinuncia a rivendicare apertamente una propria prospettiva e a costruire consenso intorno ad essa. È certamente un’immagine vicina alla realtà del secondo governo Prodi, quando l’effetto sorpresa divenne metodo politico, ma più per le limitazioni politiche e di leadership condivisa nella quale si trovava la sua coalizione che non per l’esistenza tutt’intorno a Palazzo Chigi di una schiera di nemici che gli avrebbero impedito di lavorare. Eppure è proprio quest’ultimo senso di accerchiamento che Brancoli pone al centro della sua analisi, disegnando tutt’intorno a Prodi una mappa di avversari più o meno agguerriti ai quali attribuisce gran parte delle difficoltà. Innanzitutto gli inevitabili poteri forti dell’economia, concentrati intorno a Confindustria, che avrebbero imbastito “un’operazione di più ampia portata, poggiante su una rete di persone, ambienti e interessi, decisi a chiudere la sin troppo lunga transizione riportando il governo del paese nell’area di centro e in mani meno autonome”. E insieme ai poteri economici l’altrettanto inevitabile mondo dell’informazione, con la sola eccezione di Repubblica. Un mondo nel quale “un gruppo di intellettuali, i direttori dei grandi giornali e la costellazione che gli ruota attorno (hanno) voluto giocare un ruolo diretto nel superamento di assetti ritenuti dannosi per lo sviluppo del paese”.

In pagine come queste è davvero troppo vittimistica la ricostruzione di Brancoli. E persino troppo ingenerosa nei confronti di Prodi e del prodismo, che nella seconda metà degli anni Novanta aveva avuto su di sé la stessa vigile diffidenza del mondo economico e informativo riuscendo invece a raggiungere risultati politici ben diversi. Perché diversa era allora la forza di quel disegno e dei suoi obiettivi.

Altrettanto godibile, ma anche altrettanto ingeneroso nei confronti del prodismo, è l’ultimo libro di Edmondo Berselli. Il quale si era già misurato con la dissezione delle mitologie della nostra transizione, e nel caso di “Post Italiani” (del 2003) aveva fotografato in modo magistrale le convulsioni finali degli ideologismi italiani e le ubbie dei vari oltrismi. Questo suo “Sinistrati” regge il confronto con la splendida scrittura dei suoi libri precedenti, ma delude il lettore che vada in cerca di risposte. Perché la strada che imbocca fin dall’inizio è a metà tra il sentimentale e l’antropologico, in una tassonomia di tipi spesso assurdi nei quali scompone il mondo perduto e immutabile del progressismo italiano.

Secondo Berselli “noi sinistri siamo bacati dentro, abbiamo una tara, un cromosoma mancante” e “stiamo combattendo una battaglia di retroguardia, resistendo in nome di idee che non hanno più cittadinanza”. Può anche darsi, ma intanto viene da rispondere: “Parla per te!”. E anche in questo caso, di fronte al secondo Prodi che “compie un autentico miracolo ma a rovescio, perché ottiene risultati importati e ne ricava pernacchie”, si tende a pensare che Berselli sottovaluti il senso politico del prodismo (insieme alle sue insufficienze) mentre innalza la figura di Romano Prodi al rango di titano incompreso dal paese che doveva governare: “una figura, un santo, un matto, qualcuno credibile, il buon cattolico professor Prodi che esce dall’atrio del centro studi Nomisma e bello come il solicello invernale dice: siamo qui”.


Edmondo Berselli Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica­ Mondadori pp.189, euro 17.50
Rodolfo Brancoli Fine corsa. Le sinistre italiane dal governo al suicidio Garzanti pp.301, euro 16.50



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