Faccia a faccia tra scrittori: Grossman e Tamaro

"Avvenire" del 28 novembre 2008

Bianca Garavelli ( 28 novembre 2008 )

Tratto dall'inserto culturale di Avvenire, Agorà.

Gerusalemme: Faccia a faccia tra scrittori.
Lui, israeliano, dice di non credere: ha perso il figlio in guerra. «Scrivere è riconciliarsi con la vita, ma non cerco l’ombrello protettivo della religione» Grossman-Tamaro, parole in prima linea

DA GERUSALEMME
BIANCA GARAVELLI
« Ho letto Vedi alla voce amore sentendo che mi era veramente vicino, che mi riguardava profondamente». Così dichiara la sua stima ma anche la sua reale affinità con David Grossman Susanna Tamaro, nell’ultima giornata dell’ampio, ricco e stimoltante convegno «La letteratura e l’impegno. Dialoghi italo-israeliani», organizzato dall’Istituto italiano di cultura di Tel Aviv a Gerusalemme diretto da Simonetta Della Seta, e che ha visto due importanti interventi del presidente Giorgio Napolitano. Sono protagonisti di quest’ultimo giorno, con un vero dialogo riuscito e vivace, due scrittori che hanno molto più in comune di quanto non appaia a prima vista, Susanna Tamaro e David Grossman. A partire dalla loro idea di scrittura, che fin dall’infanzia li ha legati alla loro origine. Tamaro dichiara che la sua vocazione è stata tardiva, e tuttavia legata al ricordo infantile di «essere cresciuta in un universo cupo, misterioso, che esalava morte», perché la sua terra di confine, Trieste, era sull’orlo del mondo comunista , aveva avuto un campo di concentramento e le foibe, e «questi erano argomenti di cui non si parlava». In un modo simile Grossman ha un ricordo legato a letteratura e Olocausto: «da bambino leggevo tutto quello su cui potevo mettere le mani che riguardasse la Shoah e pensavo che un bel giorno sarei stato in grado di scrivere qualcosa sull’argomento che mi avrebbe finalmente soddisfatto, che mi avrebbe fatto sentire come se io fossi là. Sono poi arrivato al punto di sentire che se non avessi scritto un libro, ed è stato Vedi alla voce amore, non sarei riuscito a continuare la mia vita di marito, padre, insomma di uomo». Ma se per Grossman la scrittura richiede tempi lunghissimi, anche molti anni, mentre Tamaro è veloce nella stesura ma dedica un tempo ampio e meditato alla preparazione di un nuovo libro, una lunga lettura di testi sull’argomento e moltissimi appunti, entrambi non attribuiscono importanza all’impatto che la loro opera può avere sui lettori. Il loro impegno è dunque soprattutto con se stessi, è l’onestà con cui si dedicano anima e corpo alla scrittura. Per Tamaro la letteratura è una «scuola di ascesi, quasi monastica. Ho impiegato moltissimi anni per imparare a scrivere», dichiara, «è uno sforzo rispondere a una domanda, andare solo nella direzione del tentativo di una risposta. Per questo mi ha aiutato molto Kafka, nessun altro ha un rapporto così totalizzante con la letteratura». Per Grossman invece ogni nuovo libro rappresenta «la volontà di trovare nuovi modi di espressione. Sentir raccontare una storia è troppo importante, basta vedere come un bambino cambia atteggiamento, e anche un adulto, quando comincia a sentirsi raccontare una storia».
Ma soprattutto per lui entrare in una libro è sentirsi protetto, sentirsi «a casa. Quando racconto seguo un filo che in qualche modo riorganizza la mia vita, le dà un senso. Questo mi libera dal mondo esterno, che è troppo duro, muscolare, spesso. Invece l’esercizio della scrittura è fonte di dolcezza». Per lo scrittore israeliano scrivere è «sentirmi vivo. Quando non scrivo mi sento come un impiegato, molto più piatto. Per questo appena ho terminato un libro ne inizio subito un altro, cerco di ridurre al minimo l’intervallo fra un libro e l’altro». In questo aspetto Tamaro si dichiara diversa: «Io amo moltissimo vivere la natura, ho una piccola azienda agricola e mi piace molto coltivare personalmente le piante. Forse però anche quando coltivo sto scrivendo nella mente, sto preparandomi a rispondere a una nuova domanda». Ma proprio nel rapporto con la natura il dialogo si anima, e Grossman trova una nuova analogia con la sua interlocutrice italiana: «Anch’io amo vivere la natura e penso che le risposte più sincere alle domande nascano proprio quando si è immersi in un ambiente naturale. Se io chiedo a una persona che cosa pensa della sua vita mi risponderà sinceramente solo se ci troviamo nella generosità della natura». Tamaro va ancora più in là: «Nella natura, se attivo uno sguardo che va un po’ oltre, vedo che c’è troppa vita perché ci possa essere solo questa vita. Io allora intuisco che dietro la realtà ci sono molte realtà, misteriose, come quello che vedo nello sguardo di un bambino, in cui c’è un doppio mistero: che sia venuto al mondo e che sia comunque destinato come tutti noi alla morte».
Grossman dissente: «Non sono credente, e per me è importante non esserlo. Ho bisogno di non sentire che posso farmi proteggere da una sorta di ombrello, o di abbraccio. Ho bisogno di sentire che non ho niente che mi possa difendere, se non quello che io stesso creo».
Nel finale tuttavia i due scrittori arrivano quasi a un punto di contatto: Tamaro precisa che non parlava di religione, ma di qualcosa di più sottile, e che la fede per lei non rappresenta affatto un 'ombrello protettivo', ma la lascia ugualmente indifesa. Per lei credere porta a una sola certezza: «Che il cammino dell’umanità è capire bene l’importanza dell’amore». Ma infine Grossmann dichiara che la letteratura, i suoi libri, gli hanno ridato il gusto per la vita, anche dopo l’esperienza terribile della morte del figlio. Marina Valensise, che modera l’incontro, conclude citando una sua frase: «vorrei che potessimo essere più comprensivi gli uni verso gli altri». «E se non è amore questo…» conclude rivolta al pubblico Tamaro.
Lei, italiana, confessa che la fede non è un parafulmine ma un invito a capire la vita: «Negli occhi di un bambino vedi due misteri: che sia venuto al mondo e che sia come tutti destinato alla morte»






















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