Per battere Silvio ci serve un’alleanza con Montezemol

"Il Riformista" del 5 ottobre 2010

Goffredo Bettin ( 06 ottobre 2010 )

Pubblico oggi questo pezzo rintracciato ieri sul sito del giornale di Polito

Per battere Silvio ci serve un’alleanza con Montezemolo



La situazione politica rimane precaria. A giorni alterni (con toni sempre esagerati) si annuncia il sereno e poi la più nera tempesta...


La situazione politica rimane precaria. A giorni alterni (con toni sempre esagerati) si annuncia il sereno e poi la più nera tempesta. Fatto sta che nessuno può prevedere quanto durerà Berlusconi, ma certamente le elezioni a primavera non sembrano per nulla scongiurate. Per la sinistra è un bel problema; perché la data della competizione, a mio avviso, incide radicalmente sulla scelte da compiere.
Se la legislatura va avanti fino alla fine (scenario difficile) occorre nel campo democratico e nel Pd mettere mano a una situazione di crisi e di distacco dal paese, assai grave e che affonda le sue radici in un passato ormai lontano; nell’ultimo ventennio almeno. Sarebbe un lavoro di lunga lena; indispensabile dato che le divisioni sono profonde, i linguaggi divaricanti, i consensi (in particolare per il Pd) statici o calanti nonostante lo sfarinamento politico del centrodestra.
Non mi stancherò di ripetere che la lotta va affrontata innanzitutto sul piano culturale. Occorre reagire alla subalternità rispetto ai paradigmi conservatori, considerati ormai quasi “naturali”: l’intervento dello Stato come intrusione sempre nefasta, le tasse come rapina, il Welfare come spreco, il mercato come divinità...
L’opposizione è rimasta impigliata nel linguaggio dei suoi avversari. Raramente ha avuto il coraggio di imporre il suo “racconto”, apertamente alternativo. La verità è che l’89 ha portato a fondo con sé, oltre che regimi diventati criminali caserme, anche quelle idee di riscatto, di ribaltamento nei rapporti tra i deboli e i forti, di empatia e di responsabilità verso l’altro, che sono il nutrimento di ogni idea di sinistra e democratica.
Insieme a questo, occorrerebbe mettere mano agli strumenti del radicamento nelle società. I partiti così come sono oggi, rappresentano un impedimento, più che un’occasione. Il Pd dovrebbe aprirsi a un processo di allargamento e di pratica democratica persino spericolata, fondata sulla fiducia nella responsabilità e nelle decisioni degli iscritti e dei cittadini.
Ma ripeto: tutto questo deve iniziare da subito, ma ha bisogno di tempo per maturare e dare frutti. Ecco perché se si vota a primavera le esigenze prioritarie cambiano radicalmente.
La sfida sarebbe, come è evidente, voluta da Berlusconi, per la sua sopravvivenza politica. Sarebbe estrema e drammatica: mettendo in gioco non solo un programma di governo, ma un modo complessivo di intendere la libertà, la giustizia, la democrazia, il rapporto con il popolo. Noi non possiamo parlare d’altro. Disdegnare il terreno imposto, rivendicando una giusta (in altri momenti) coerenza riformista.
Il contenuto prevalente inevitabilmente dovrà essere per noi non l’invettiva giustizialista sempre perdente ma l’enucleazione chiara, semplice, pacata e ferma agli occhi degli elettori della posta che viene contesa: la possibilità o meno della Repubblica di sanare una anomalia populista e destabilizzante, improduttiva e paralizzante e di rimettere l’Italia su un cammino di normalità e più sereno, nel quadro di un bipolarismo netto, ma più “mite”, o meglio più civile ed evoluto.
Per questo l’alleanza deve essere larga; e non sarebbe percepita, a certe condizioni, come una ammucchiata per il potere, ma come una convergenza transitoria, per una legislatura costituente e su un contenuto programmatico preliminare a tutto: ristabilire l’equilibrio, il funzionamento e il rinnovamento delle istituzioni democratiche, insieme ad alcuni pochi e chiari provvedimenti per la sicurezza, per le famiglie, per i cittadini più deboli e per la ripresa della crescita.
In questo quadro, e solo in questo quadro, l’ipotesi che circola (anche se smentita) di un impegno di Luca Cordero di Montezemolo potrebbe avere un grande significato e una grande presa. Montezemolo non è Berlusconi. Non può fare per tante ragioni un suo partito; tranne diventare uno dei tanti, confondendosi con gli altri. Non può neppure essere il federatore dell’esistente costellazione dei leader già in campo, che hanno rapporti tra di loro assai logorati. La solitudine, che ha rivendicato, è la sua forza. Dovrebbe compiere un atto di servizio, unilaterale, disinteressato e a termine; mettendo la sua popolarità ed esperienza a disposizione di una battaglia civile e democratica e giustificando la sua scelta con l’emergenza che l’Italia vive e che sta diventando sempre più pericolosa per il suo avvenire.
Solo in questo modo c’è la possibilità che le risposte positive vengano da tutti, e spero in primo luogo dal Pd. Tutti saprebbero che l’intesa è temporanea, che in seguito ci si potrà ridividere in una situazione di normalità e in una competizione tra avversari che non si odiano e nella quale ognuno troverà gli alleati con coerenze programmatiche più profonde e strategiche.
Certo questo comporta, nella scelta che ci sta di fronte, differire ambizioni legittime ma laceranti: candidature per la leadership o prova di terzi poli decisivi. Ho l’impressione, tuttavia, che se prevarranno ancora una volta egoismi, calcoli di bottega e visioni corte, la destra populista, con o senza Berlusconi, prevarrà ancora una volta.

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