Lo Stato sia regolatore del mercato, ma non cancelli la sussidiarietà

"Avvenire" 29 novembre 2008

Stefano Andrini ( 29 novembre 2008 )

Intervista al sociologo cattolico Donati. Siamo uno Stato che interpreta il principio di sussidiarietà?


Bologna Il sociologo Donati: «Lo Stato sia regolatore del mercato, ma non cancelli la sussidiarietà»


La vera sussidiarietà è, sostanzialmente, 'eversiva'. Questo il messaggio lanciato dal seminario internazionale, che si conclude oggi a Bologna, promosso dal Consorzio 'Nova Universitas' (presieduto dal professor Carlo Lauro dell’Università Federico II di Napoli) che raggruppa sette atenei italiani e vuole ricreare nel contesto presente opportunità in cui vivere lo spirito dell’Università delle origini. Al sociologo Pierpaolo Donati, direttore scientifico del convegno abbiamo chiesto di spiegare l’idea guida della 'due giorni'.
«Ci siamo chiesti - racconta - se il principio di sussidiarietà sia compatibile con gli attuali ordinamenti. E la risposta è stata negativa. La provocazione che abbiamo lanciato è che il principio non può essere introdotto nelle Costituzioni vigenti senza cambiare l’impianto di queste ultime».
Che cosa non funziona nella nostra 'Carta'?
«In primo luogo nella Costituzione italiana il principio di sussidiarietà è stato introdotto per essere usato dallo Stato come un mezzo per invadere la società civile, le autonomie sociali e quelle locali. Non solo. I partiti politici e i sindacati hanno cancellato il ruolo della società civile.
Avendo queste realtà interpretato il loro ruolo come interpreti di tutti i bisogni di vita quotidiana e di tutte le categorie hanno svuotato l’articolo 2 e il suo riconoscimento delle formazioni sociali».
In quale direzione si deve cambiare?
«Bisogna dotarsi di Costituzioni nuove.
Addirittura di costituzioni civili che rendano istituzionali e riconosciuti i diritti fondamentali delle persone e delle formazioni sociali nella società civile da parte di soggetti della stessa società civile come il Wto o l’Organizzazione mondiale della sanità».
Quali le possibile conseguenze della sussidiarietà?
«L’idea rovescia il modello costituzionale che noi abbiamo, un modello che parte dallo Stato verso le autonomie locali e sociali, mentre il principio dice che le realtà minori, a partire dalla famiglia, hanno i loro diritti che vengono prima dello Stato e prima della società. Se introduciamo veramente il principio, dobbiamo capire che partiti e sindacati non possono più svolgere il ruolo di interpreti generali ed esclusivi della società».
Come si è comportata in questi anni la giurisprudenza italiana?
«E’ stata ambigua. Da una parte la Corte costituzionale ha riconosciuto il carattere privato delle Ipab e delle fondazioni bancarie (applicando in questo caso il principio che riconosce i diritti originari delle autonomie sociali). In altri casi la stessa Corte ha utilizzato il principio come un diritto dell’ente pubblico di governare, per esempio, le convenzioni con il volontariato. Autorizzando, in questo modo, la colonizzazione della società civile da parte dello Stato».
La crisi economica sembra rilanciare il ruolo dello Stato. Gli spazi per la sussidiarietà si chiudono?
«In apparenza gli Stati stanno riprendendo un ruolo di primo piano per quanto riguarda la qualità della vita e il livello dei consumi. In realtà le cose non sono proprio così. Lo Stato, infatti, sta riscoprendo un ruolo di regolatore ma di fatto opera in un contesto di sussidiarietà laterale. C’è un processo di globalizzazione nel quale le realtà nazionali sono fortemente interconnesse: università, ospedali, imprese, ong, famiglie, imprese operano a livello locale ma ormai possono essere vitali solo se lavorano in connessione a reti mondiali.
Senza questa sussidiarietà gli Stati non potrebbero avere successo nel loro lavoro. Né tanto meno potrebbero essere efficaci nelle politiche per affrontare la recessione».
Quale rapporto con la politica?
«Di per sé la sussidiarietà è impolitica. Ma passando attraverso una società civile di tipo globale deve avere come obiettivo la ricostruzione della politica. Non più intesa come una visione di tutta la vita o di un potere che tutto deve decidere. Ma come una realtà che ha il compito di stabilire delle regole per rendere più civile la convivenza delle reti».


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