Corsa a ostacoli verso la cittadinanza

"Popoli" mese di novembre 2008

Maurizio Ambrosini ( 30 novembre 2008 )

La cittadinanza per gli stranieri sarà ancora un diritto "conteso" tra destra e sinistra?


Corsa a ostacoli verso la cittadinanza

Maurizio Ambrosini
Docente di sociologia dei processi migratori nell'Università Cattolica di Milano

Le democrazie occidentali assomigliano all'antica Atene: sono abitate da due tipi di persone, i cittadini a pieno titolo, che hanno il diritto di partecipare alle decisioni politiche, e l'equivalente degli antichi «meteci», stranieri ammessi in quanto lavoratori utili, ma privi dei diritti politici. Secondo il filosofo della politica Michael Walzer, questa è la più diffusa forma di tirannia della nostra epoca: che alcuni, fossero pure la maggioranza, si arroghino il diritto di decidere anche per gli altri.
Questa situazione strutturale di ingiustizia è stata contrastata in vario modo dai sistemi democratici. In alcuni, sono stati accorciati i tempi necessari per ottenere la cittadinanza: mentre in Italia occorrono dieci anni di residenza, oltre a varie peripezie burocratiche, in Australia sono sufficienti due anni di soggiorno regolare, in Canada tre; negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna la soglia è di cinque anni, in Germania di sette. Crescono inoltre, senza clamori, le aperture di fatto verso la doppia cittadinanza, a cui aspirano molti immigrati. In altri Paesi si è preferito individuare una soglia intermedia tra la piena cittadinanza e l'estraneità politica, attribuendo dopo alcuni anni di soggiorno il diritto di voto nelle elezioni locali. Così avviene in Olanda, in Svezia, in alcuni Länder tedeschi.
La cittadinanza è una condizione di privilegio, che distingue chi appartiene alla comunità nazionale da chi non ne fa parte. Individua sempre una differenza tra i diritti più ampi, che sono prerogativa dei cittadini, e quelli più limitati, in certi Paesi nulli, concessi agli estranei. Ma sia nel consentire la naturalizzazione, sia nell'estendere i diritti degli stranieri residenti tramite la doppia cittadinanza, i Paesi democratici hanno compiuto passi avanti, non potendo tollerare a lungo di avere sul proprio territorio un numero elevato di persone che abitano, lavorano, pagano le tasse, consumano, mettono al mondo figli, che a loro volta vanno a scuola, parlano la lingua del Paese, crescono fra coetanei autoctoni, ma rimangono cittadini di serie B.
Votare a livello comunale può sembrare poca cosa. In genere gli immigrati, nelle varie inchieste, mettono al primo posto altre esigenze: la casa, la possibilità di ricongiungere la famiglia, il riconoscimento dei titoli di studio, l'accesso a lavori migliori. Nei fatti, generalmente non partecipano molto alle elezioni. Questo diritto ha però un impatto sulla bilancia degli interessi che le forze politiche si dispongono a tutelare, se vogliono ottenere il consenso degli elettori, incidendo pure sul tenore del discorso politico. Pensiamo agli immigrati meridionali degli scorsi decenni e all'accoglienza che ricevevano nelle città del Nord. Anche allora, nei loro confronti si manifestavano diffidenze e pregiudizi, non molto diversi da quelli oggi riversati sugli stranieri. Però votavano, e nessuna forza politica - fino all'avvento, in anni più recenti, della Lega nord - ha mai scelto di cavalcare i sentimenti xenofobi.
Il voto locale è quindi uno degli elementi che aiutano ad avvicinare la dotazione di diritti dei due gruppi di residenti, autoctoni e forestieri, ma non l'unico. Se pensiamo ancora agli immigrati meridionali, un altro importante dispositivo di integrazione sociale è stato l'accesso all'impiego pubblico. Per gli immigrati stranieri, compresi gli infermieri di cui abbiamo tanto bisogno, non è possibile. Gli infermieri stranieri o lavorano nella sanità privata, oppure possono entrare negli ospedali pubblici solo tramite cooperative, con condizioni salariali e normative meno favorevoli. La normativa italiana riserva ai cittadini queste occupazioni.
Probabilmente la maggioranza degli italiani approva queste chiusure su cittadinanza, voto locale e impiego pubblico, che fanno del nostro Paese, insieme alla Grecia, il più riluttante d'Europa nei confronti dei diritti politici degli immigrati. Ma i sostenitori dell'esclusione dimenticano che un giorno, tra dieci, dodici, quindici anni, gli immigrati e i loro figli potranno chiedere la cittadinanza e votare. Avremo così non pochi «italiani di carta», persone che non hanno a cuore l'italianità, ma desiderano semplicemente godere di alcuni benefici. Arriveranno alla cittadinanza dopo essere stati posti per anni in una condizione di subalternità e di disprezzo, professato senza remore anche da chi detiene alte cariche istituzionali. A quel punto, saranno più disponibili all'integrazione, oppure più arrabbiati e rivendicativi?

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