Todo cambia

www.ilriformista.it del 29 maggio 2011

Alessandro De Angelis ( 30 maggio 2011 )

"Verifica iniziata. Per la prima volta nell’era berlusconiana si parla del “dopo” prima dei risultati. Nel partito confronto su tessere e primarie per la nuova leadership...."

Todo cambia

Verifica iniziata. Per la prima volta nell’era berlusconiana si parla del “dopo” prima dei risultati. Nel partito confronto su tessere e primarie per la nuova leadership. Pure nel governo, Bossi apre le danze della successione.
Stavolta qualcosa sta cambiando. E lo scricchiolio è profondo, nel centrodestra. Per la prima volta, nell’era berlusconiana, il “dopo” è iniziato prima del voto. E non solo perché lo scetticismo sull’esito elettorale è condiviso sia su Napoli sia su Milano. Stavolta è successo ben altro. Nessuno, nel Pdl, ha in realtà mai creduto alla grande rimonta, dopo il primo turno. Anzi, nel partito e nel governo, è già iniziata una estenuante verifica, in un crescendo alimentato dagli scomposti show di un leader diventato un simulacro di se stesso.
Ecco il dato più eclatante del cambiamento. Che è in atto, quasi “a prescindere” dall’esito elettorale: la leadership di Berlusconi non è più riconosciuta, nel centrodestra, senza retropensieri e ambiguità. Lo testimoniano gli atti, le parole, i gesti più significativi di vari protagonisti della corte che fu. Quando Letizia Moratti annuncia la sua (eventuale) giunta, certo affida a una trovata le esigue possibilità di rimonta. Ma a scorrere i nomi si capisce anche il messaggio, tutto interno, e la portata della partita in corso. Con la presenza di Lupi e Casero come assessori il mondo di Cl - più volte scudisciato dal Giornale - fa intendere che si è mobilitato, eccome, e quindi i capri espiatori della sconfitta vanno cercati altrove. Stessa logica che ha spinto Bossi a indicare come vicesindaco Roberto Castelli. E se Formigoni ha fatto il suo dovere e la Lega pure, è prevedibile che la sconfitta, domani, avrà un solo padre, il Cavaliere. Che si è assunto la responsabilità di politicizzare il voto, anche dopo il primo turno, ignaro che parte della sua constituency elettorale è ormai sorda al messaggio.
Ed è la stessa logica che spinge i vari cacicchi pidiellini a parlare di partito, anzi ad aprire un “dibattito sul partito” degno di un film di Moretti a pochi giorno dal voto. Proprio in casa berlusconiana. Per dirla col Secolo negli ultimi giorni sono spuntati «mille predellini». Quello di Roberto Formigoni, che ha invocato le primarie per scegliere il prossimo candidato premier, quello degli ex An nelle varie varianti attivi per ricreare un’area di destra magari federata col Pdl e con gruppi parlamentari autonomi, quello di Frattini, Gelmini e l’area Liberamente che invoca «un ritorno allo spirito del ’94», quello di Scajola che lo invoca pure lui, ma con proprie sfumature. Tutti accomunati dalla richiesta di costruire un partito vero, con tessere, congressi, luoghi di aggregazione e non solo di culto (del Capo).
Tutte varianti di un comune sentire, della stessa logica: il dopo Berlusconi è iniziato, quindi bisognerà pure organizzarsi per sopravvivere. E un partito «vero» prima o poi seppellisce il suo leader. Più o meno è la versione subdola di ciò che quella Cassandra di Fini disse a viso aperto invocando un partito democratico: «I leader passano, i partiti restano». Ora che i big del Pdl avvertono il tramonto del Capo, l’afflato partitista è irrefrenabile. Marcello De Angelis, direttore del Secolo, scrive nel suo fondo di ieri: «Dopo il Pdl ci sarà… il Pdl. Magari rimescolato, con nuove regole (anche se le vecchie ancora non ha capito nessuno quali fossero), forse con un minimo, indolore ma fisiologico smucinamento di classe dirigente, ma senza traumi». Sarebbe stata una bestemmia un anno fa ai tempi in cui il cosiddetto partito carismatico veniva difeso con fanatismo e onnipotente boria. Ora, la grande paura del voto (e del futuro) rende tutto lecito. Segno che tutto cambia.
E c’è un motivo se il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, il cui sentimento di lealtà verso il Cavaliere non è in discussione, ieri ha lanciato un appello via Corriere: «Ora nervi saldi. Va rivisitato il programma di governo aggiornandolo a questa seconda fase. Non è il momento delle correnti nel partito». La cornice della verifica con la Lega è chiara, ed è spigolosa, tale da non consentire distrazioni. Bossi ha già offerto una «fase due», fino alla fine della legislatura, a patto che Berlusconi prepari la successione. O meglio a patto che nel 2013 si voti con un altro candidato premier. È il prezzo della tregua. Che comunque, per il Senatùr, va articolata capitolo dopo capitolo: sulla politica estera, dopo gli smarcamenti su Libia e Libano; sulla giustizia, perché l’insofferenza della base leghista verso la guerra personale del premier è al livello di guardia, visto che non considera affatto i magistrati come dei nemici ed è permeabile ai gridi di dolore dell’Anm, come quello di ieri («Gli attacchi del premier danneggiano il paese»). Ma è sul fisco che si gioca la partita della successione. Una riforma vera che lanci Tremonti premier, dicono i ben informati, resta l’opzione principale del Carroccio. Condizioni finora sdegnosamente rifiutate dal Cavaliere. Anche di fronte ai segnali di manovra del Senatùr che lasciano intendere un lavorio su un “piano b”: dialogo con sinistra e Terzo polo sulla legge elettorale, spifferi su un governo di transizione. Perché l’unico punto fermo della verifica di Bossi è che la prospettiva di elezioni prima del 2013 va rigorosamente scongiurata.
Ecco il punto. Berlusconi urla il suo «non mollo» quasi a esorcizzare l’idea di fine. Ma per la prima volta il doppio “dopo”, sul partito e sul governo, si intreccia. E la sopravvivenza di un’intera classe dirigente dipende da un passo indietro del Capo. In molti pensano che debba essere garante di una transizione, che non può puntare a palazzo Chigi pure al prossimo giro, altrimenti si rischia di essere travolti da un treno chiamato Tremonti o Maroni. Per ora, in attesa dello spoglio, lo sussurrano a microfoni spenti, nelle riunioni a porte a chiuse. Ma non è un caso che, a proposito di successione, pure Alfano, il predestinato al partito, ieri ha detto sì all’idea delle primarie. Non è più tempo di investiture dall’alto. Tutto cambia.

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