Vince il “cantiere” voluto da Bersani

www.ilriformista.it del 30 maggio 2011

Tommaso Labate ( 31 maggio 2011 )

"Retroscena. Riforma elettorale e federalismo in cambio dell’abbandono del Cavaliere...."

Vince il “cantiere” voluto da Bersani


Retroscena. Riforma elettorale e federalismo in cambio dell’abbandono del Cavaliere.

Il vero vincitore delle amministrative è tutto in una parolina, che evoca confini poco definiti ma che ha in Bersani il massimo comun denominatore. Quella parolina è «centrosinistra».
E infatti, la foto simbolo che celebra la vittoria di un nuovo (e ancora indefinito) «cantiere» - sintesi impossibile delle piazze festanti di Milano e Napoli, Trieste e Cagliari, Macerata e Gallarate - è lo scatto che immortala Romano Prodi e Pier Luigi Bersani sul palco della piazza del Patheon, a Roma. Lo spumante sulla folla. I cori per il «Prof». E quella frase del leader del Pd, «vieni Romano, qui siamo a casa tua». Con tanto di risposta del “padre nobile”, che alla domanda dei cronisti sulla leadership bersaniana replica così: «Bersani leader? Lo è già».
La reconquista di Milano arriva con Giuliano Pisapia, un candidato di Sinistra e libertà che in realtà non ha nulla a che spartire con quello che mesi fa veniva definito l’«effetto Vendola». Il trionfo di Napoli porta la firma di Luigi de Magistris, un big dell’Italia dei valori che continua a essere considerato il primo oppositore interno di Tonino Di Pietro. A Macerata, invece, si affermano le prove generali di una Santa Alleanza con l’Udc, guidata da un candidato centrista. «E visto che sento in giro commenti strani», scandisce il segretario del Pd alludendo alle punture di spillo riservate a un partito che avrebbe vinto grazie alle performance altrui, «vi ricordo che dei 29candidati del centrosinistra vincenti nelle provincie e nelle città capoluogo, ben 24 sono espressione del Partito democratico».
Morale della favola? Nel centrosinistra non vince nessuno. Ma vincono tutti. Lo spiega bene un foglietto che gli spin doctor bersaniani hanno predisposto una volta terminato il conteggio delle schede. Prima dell’ultima tornata elettorale, gli abitanti delle città capoluogo chiamate al voto amministrati dal centrosinistra erano 3.353.219, contro i 2.182.164 del centrodestra. Adesso il divario s’è più che quadruplicato: 5.039.457 sotto l’ombrello del centrosinistra, 690.678 sotto quello del centrodestra.
Bersani, che in questo momento sa di essere l’unico “collante” in grado di riunire il fronte anti-berlusconiano, lo spiega mentre lascia la sede del Pd per guadagnare la mini-festa organizzata in fretta e furia al Pantheon: «Noi abbiamo vinto anche perché non abbiamo un solo uomo al comando». E ancora, a voler sottolineare il concetto con la penna rossa: «Da noi non vale il meccanismo dell’imperatore e dei feudatari».
E adesso? Ora che il Cavaliere ha incassato la sconfitta elettorale che, al di là delle proporzioni, sembra la più bruciante della sua carriera ? «Serve una nuova fase politica», dice Bersani. E «una nuova fase politica si apre con le dimissioni del governo», che anticipano «la strada maestra verso elezioni». Ma, aggiunge, «noi però siamo pronti a considerare percorsi per fare una nuova legge elettorale». Tradotto dal politichese, significa che in cima ai desiderata del leader del Pd c’è una fase di transizione gestita da un esecutivo che cambi le regole del gioco e porti il Paese al voto. E la «quadra» che accontenta tutti, Lega compresa, è stata individuata in un Mattarellum con il 50% di maggioritario e l’altro 50 di proporzionale. «Significa», spiegano gli sherpa democratici, «che la Lega potrebbe ragionevolmente pensare di correre da sola alle elezioni portando in Parlamento quantomeno lo stesso numero di eletti di questa legislatura». Politicamente, sarebbe un “affarone”. Che, tra l’altro, consentirebbe al Carroccio di evitare di «crollare appresso al Cavaliere».
Il guaio, come confessa Bersani, è che il crollo del berlusconismo potrebbe avere tempi non brevi. «Vedrete, quello lì non mollerà facilmente», spiega il leader del Pd volgendo il pensiero a Palazzo Chigi. Ma è logico, come sussurra Dario Franceschini, «che Bossi non può permettersi di fare finta di niente». Gli ambasciatori sono in azione. E a cominciare dalla prossima settimana, che accompagnerà l’opposizione alla partita del referendum («Io a votare ci vado», ha scandito Fini), il pressing sul sancta santorum leghista di via Bellerio sarà sempre più asfissiante.
L’offerta è sul tavolo. Come a dire, “voi mollate Berlusconi, noi vi garantiamo la sopravvivenza con una riforma elettorale che non vi danneggia e approviamo il federalismo fiscale”. Il tutto nell’ambito di un governo di responsabilità nazionale. Che, con Mario Draghi ormai all’Ecofin, potrebbe essere guidato da Giulio Tremonti. Il tempo, un anno massimo, di approvare la manovra da 40 miliardi e di consentire alle squadre di prepararsi per le elezioni che potrebbero sancire il passaggio alla Terza Repubblica. A cominciare da quel centrosinistra vincente, ma tutto da costruire. Quel cantiere che, ripete Bersani pensando a Casini&co., «non chiuda la porta a chi vuole guardare oltre il berlusconismo».

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