Föra da i ball

www.ilriformista.it del 30 maggio 2011

Alessandro De Angelis ( 31 maggio 2011 )

Föra da i ball


PDL E LEGA SCONFITTI. Berlusconi parla con Bossi e ammette il ko ma il governo “resta”. Ai milanesi: pregate. Ai napoletani: vi pentirete. L’opposizione chiede le dimissioni. Anche Prodi in piazza col Pd.
«Abbiamo perso, è evidente. Ma io sono un combattente e ogni volta che perdo triplico le forze. Il governo va avanti, non ci saranno ripercussioni». Costretto a cambiare programma, Silvio Berlusconi mette la faccia sulla sconfitta. Troppo rumoroso l’avviso di sfratto al governo.
Troppo rumoroso l’avviso di sfratto al governo. Troppo eclatante il messaggio delle urne per tacere. Come era invece nelle intenzioni del premier, volato a Bucarest per un trilaterale proprio nel giorno del giudizio.
Ma tutt’attorno, è il caos: il Pdl che pare una polveriera pronta ad esplodere, la rabbia della base leghista. Ecco che il Berlusconi appronta una strategia di resistenza. Si chiude in una stanza con Maroni, a margine del trilaterale, per avere rassicurazioni sulla fedeltà della Lega. Soprattutto sente Bossi. Un colloquio lungo e rassicurante, dicono i fedelissimi del Cavaliere, durante il quale i due concordano di inviare un messaggio di solidità del governo: «L’unica strada - scandisce Berlusconi - è tenere i nervi saldi e andare avanti. Ho sentito Bossi, è d’accordo di andare avanti insieme». Il come, si vedrà nei prossimi giorni. E non è un caso che l’ufficio di presidenza del Pdl, previsto per oggi, potrebbe slittare di uno, anche due giorni. Prima di aprire le sfogatoio interno va trovata una quadra con la Lega, va messo a riparo il destino della legislatura da scossoni. Perché è vero che Bossi ha spiegato al premier che l’obiettivo resta arrivare al termine naturale della legislatura: «Con questi numeri - questo è il ragionamento - si deve evitare il rischio di elezioni anticipate, altrimenti ci cacciano coi forconi». Epperò il Senatùr, e non solo lui, ha sbattuto sul tavolo un cambio di passo, una fase due: «È stata una sberla. Quello che c’è da fare - afferma Maroni dopo il colloquio col premier - è un serio rilancio dell’azione di governo, ci vuole un colpo di frusta per rispondere ai bisogni dei cittadini».
La frustata riguarda soprattutto una riforma, quella del fisco. Ma la fase due riguarda pure il grande assetto in vista del 2013, o di quando si voterà. Perché a via Bellerio si considera esaurita la spinta propulsiva del berlusconismo. E un conto è resistere, un conto preparare il futuro: «Sarà una discussione lunga - dice un ministro azzurro - ma è evidente che abbiamo perso insieme, anche la Lega arretra, quindi nessuno può imporci condizioni». Proprio dalla somma delle debolezze Berlusconi vuole trovare la forza di andare avanti. Per questo annuncia «la riforma del fisco», forte di aver trovato nel Senatùr la sponda per superare i veti di Tremonti, rassicura sulla durata dell’esecutivo. Del resto, nel giorno della disfatta anche dentro il Carroccio si sono manifestate più linee. E questo - dicono nell’inner circle del premier -dovrebbe rendere Bossi meno rigido nella trattativa.
Resistere, dunque, non mollare palazzo Chigi. Il Cavaliere prova a tenere il governo a riparo dalla sconfitta: «Abbiamo perso a Napoli, a Milano e in altre due città, guardando da vicino una per una le situazioni, vengono fuori delle ragioni che non hanno niente a che vedere con l’attività di governo. Io non ho colpe». E prova a mostrare a tutti che, benché ferito, è ancora capace di ruggire: «Dobbiamo far capire che sono state consegnate le città agli estremisti. I milanesi preghino il buon Dio, i napoletani si pentiranno». Il messaggio vale anche per i suoi. Le colpe sono degli altri. L’elenco dei capri espiatori, dei colpevoli del disastro è già pronto: i candidati che non hanno tirato, il Pdl che non sa comunicare.
È un modo per giocare d’attacco pure di fronte al suo partito. Già, proprio così. Perché di fronte alla sconfitta nel Pdl tira aria da 25 luglio. Serpeggiano dubbi, veleni, sulla sua stessa tenuta. O meglio, in molti pensano che un passo indietro del Cavaliere, magari non subito, magari preparato in vista delle prossime elezioni non sia più una bestemmia. La rivolta, per ora silenziosa, cova tra gli ex An. Il gruppone che conta oltre sessanta parlamentari, per la prima volta ha messo in conto un chiarimento vero: «Il partito - dice un neo colonnello - non esiste, ai gruppi parlamentari viene chiesto solo di spingere i tasti, il governo è fermo. Questo risultato elettorale, è in utile nasconderlo, è un giudizio sul governo e su Berlusconi». È un’altra versione della «fase due», di partito e di governo. Altrimenti l’idea di gruppo autonomi federati col Pdl potrebbe essere non più un’ipotesi. Pure tra gli ex azzurri, in molti sono proiettati sul “dopo”. Franco Frattini, nel giorno della sconfitta ha rilanciato sulle primarie per la leadership, dopo aver proposto un direttorio. Per non parlare dell’insofferenza di Scajola verso Verdini. E c’è un motivo se Fabrizio Cicchitto invita a tenere i nervi saldi. O se il ministro Fitto dice al Riformista: «Non solo non va messo in discussione il governo, ma neanche nel partito vanno fatti processi. Un conto è radicarlo, aprire una riflessione, altro è aprire la caccia ai colpevoli». Un confronto vero sul partito rischia, ora, di essere deflagrante. E la convocazione del parlamentino del Pdl, prevista per oggi, potrebbe slittare.

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