Programma di governo in otto punti

"La Stampa" del 1° giugno 2011

Luigi La Spina ( 01 giugno 2011 )

"Era l’ultima occasione. Ma era anche quella in cui il Governatore si sentiva più libero di parlare alla politica, perché non poteva più suscitare sospetti di una sua candidatura al governo del Paese. E Mario Draghi non se l’è fatta certo sfuggire..."

Programma di governo in otto punti



Era l’ultima occasione. Ma era anche quella in cui il Governatore si sentiva più libero di parlare alla politica, perché non poteva più suscitare sospetti di una sua candidatura al governo del Paese. E Mario Draghi non se l’è fatta certo sfuggire.

Così, in attesa del suo trasferimento alla guida della Bce, la lettura delle sue «considerazioni finali» all’assemblea della Banca d’Italia gli è servita per tracciare un bilancio dei suoi cinque anni in via Nazionale, ma e soprattutto per lanciare un forte messaggio alla classe politica, a tutta la classe politica italiana.

La ricorrenza dei 150 anni dell’unità nazionale ha suggerito al Governatore una citazione di Cavour, significativa dell’indirizzo particolare che, quest’anno, ha voluto dare alla sua ultima relazione. Uno scritto nel quale lo statista piemontese lega la crescita dell’economia alla buona politica, quella delle riforme che «compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano». Draghi conserva una fiducia di fondo sul nostro Paese, perché osserva come la diagnosi sui problemi dell’economia sia sostanzialmente condivisa da tutti e la convinzione che non esistano terapie veramente alternative sia altrettanto unanime. Alla politica è mancato il coraggio di affrontare il vero nodo che soffoca la crescita: «gli intrecci di interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese».

La ricetta che, ieri, il Governatore ha lasciato come una specie di testimonianza ereditaria della sua azione quinquennale alla Banca d’Italia si può sintetizzare con la rivendicazione, orgogliosa e ripetuta, di aver per primo insistito sulla necessità della crescita. Una «predica inutile» alla Einaudi, ha constatato con amarezza, perché su questo tema il giudizio di Draghi sull’azione del governo è spietato: si è fatto molto poco. E’ vero che Tremonti ha avuto il merito di salvaguardare i conti pubblici e l’amministrazione finanziaria ha lottato efficacemente contro l’evasione fiscale, ma senza riforme strutturali il sistema economico italiano non è in grado di affrontare la sfida della competitività internazionale.

L’indicazione di otto punti di intervento nelle politiche pubbliche lanciata da Draghi ieri costituisce, in realtà, un ottimo programma di governo. Dettagliato come il Governatore non si era mai spinto a suggerire e attento anche a misurare le riforme possibili alla luce della necessaria sorveglianza sui conti dello Stato. Anche per raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio la sua ricetta è stata chiara e senza ipocrisie: è sbagliata la procedura di tagli uniformi su tutte le voci; meglio utilizzare il metodo selettivo già intrapreso dal compianto Padoa-Schioppa. Così come occorre che il federalismo fiscale non si traduca in una somma di nuovi tributi locali a quelli nazionali, che resterebbero invariati.

Se esplicita è stata l’agenda consegnata dal Governatore alla politica italiana, più criptico, ma altrettanto evidente, è stato il messaggio sulla credibilità, l’autorevolezza e il coraggio necessari per accogliere e realizzare questo programma. Draghi ha ricordato come, all’inizio degli Anni Novanta, la situazione del debito pubblico avesse messo l’Italia in condizioni ben peggiori di quelle attuali. Eppure, l’azione di uomini come Ciampi, a cui è stata riservata una passerella trionfale del tutto programmata in modo significativo, è stata all’altezza della gravità dei problemi.

Il richiamo all’ex governatore e Presidente emerito della Repubblica non è stato solo l’esemplificazione della necessaria qualità di una classe politica che sembra assai lontana da quel modello. Ma è servito anche a Draghi per lanciare a chi dovrà scegliere il nuovo Governatore un richiamo sull’opportunità di utilizzare le risorse interne della Banca d’Italia. Chiaro è apparso il suo insistere, proprio all’inizio del discorso, sui meriti «di competenza e di indipendenza» che fanno dell’istituzione un prezioso «consigliere autonomo, fidato, del Parlamento, del governo, dell’opinione pubblica». Così come il ribadire la necessità di preservare «una voce autorevole e senza interessi di parte». Una raccomandazione che è apparsa preoccupata. Speriamo che l’impressione sia sbagliata o che Draghi sia un po’ troppo diffidente. Meglio pensare e augurarci che sia stata del tutto inutile.


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