Nelle urne non c'è bipolarismo che tenga

"La Stampa" del 3 giugno 2011

Marcello Sorgi ( 03 giugno 2011 )

"La principale caratteristica dei referendum è di formare schieramenti trasversali tra gli elettori, che, liberati da appartenenze partitiche e posti di fronte a un quesito semplice e a due sole possibili risposte, «sì» e «no», scelgono in piena libertà...."

Nelle urne non c'è bipolarismo che tenga


La principale caratteristica dei referendum è di formare schieramenti trasversali tra gli elettori, che, liberati da appartenenze partitiche e posti di fronte a un quesito semplice e a due sole possibili risposte, «sì» e «no», scelgono in piena libertà. La prova più chiara di questo meccanismo si ebbe fin dall'inizio, nel 1974, quasi quarant'anni fa, con il divorzio: pur essendo, allora, la Dc il maggior partito, sostenuta da un elettorato cattolico che sfiorava il quaranta per cento, fu sconfitta clamorosamente da una valanga del 68 per cento, rinforzata anche da molti elettori democristiani, di «no» all'abrogazione della legge Fortuna-Baslini, che appena approvata, nel 1970, aveva già provocato una crisi di governo.

Oggi certo la situazione è molto diversa, e vent'anni quasi di maggioritario e Seconda Repubblica hanno abituato l'elettorato a dividersi in due parti e a scegliere uno schieramento contro l'altro. Una delle ragioni di crisi dei referendum falliti per astensione negli ultimi quattordici è anche questa. Ma sul fatto che all'interno dei partiti, specie di quelli maggiori, «sì» e «no» convivano, e che, per esempio, tra i cittadini di centrosinistra che hanno eletto uniti i sindaci di Milano e Napoli esistano posizioni diverse e contrastanti su nucleare e acqua, non ci sono dubbi. Analogamente i partiti più piccoli potrebbero essere tentati di pilotare i propri sostenitori verso la soluzione più comoda e più probabile, per evitare di apparire tra gli sconfitti all'indomani del voto del 12 e 13 giugno. O di scegliere di rappresentare minoranze che potrebbero apparire più consistenti del prevedibile.

Riassumendo - e dando per scontato che sulla difesa del nucleare a così poco tempo dall'incidente di Fukushima è arduo scommettere -, nella nuova campagna referendaria appena cominciata ci sono da aspettarsi: mugugni di nuclearisti e antidipietristi nel Pd (vedi Chicco Testa). Resistenze dello stesso genere all'interno del Pdl, su cui tra l'altro premeranno le lobbies che avevano già investito sul piano nucleare del governo e avranno accolto con delusione la scelta di lasciare libertà di voto. Ancora, sussulti liberali e liberisti sulla privatizzazione dell'acqua, sempre nel centrosinistra. E sopratutto, dopo la clamorosa rottura sulla Libia che fece quasi saltare per aria la campagna per le amministrative, un'aperta svolta in direzione antinucleare da parte della Lega, che ha da sempre avuto questa posizione e una opposta, ma dura da digerire per il Terzo polo, del nuclearista Casini.


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