L'agenda politica del Nord

"La Stampa" del 3 giugno 2011

Daniele Marini ( 03 giugno 2011 )

"Il centrosinistra esulta per le vittorie conseguite, soprattutto per la rivincita nel Nord, fino a pochi giorni fa considerato inespugnabile. Territorio dove in particolare la Lega aveva saputo raccogliere consensi, interpretarne le esigenze...."

L'agenda politica del Nord


Il centrosinistra esulta per le vittorie conseguite, soprattutto per la rivincita nel Nord, fino a pochi giorni fa considerato inespugnabile. Territorio dove in particolare la Lega aveva saputo raccogliere consensi, interpretarne le esigenze. È in atto, dunque, un’inversione di tendenza effettiva? Il centrosinistra può ritenere di essere riuscito a intercettare effettivamente le istanze del Nord? È difficile dare una risposta certa, ma considerando i primi dati sui flussi di voto e la storia recente, qualche cautela è d’obbligo. Al di là di casi specifici - non dimentichiamo che si tratta di elezioni amministrative locali, probabilmente parleremmo di un altro scenario se fosse stata un’elezione nazionale - la sensazione è che le domande di questi territori, complice la crisi, siano rimaste disilluse e che siano alla ricerca di un soggetto politico in grado di assumerle e di offrire loro delle risposte. Questo richiederà, a chi ha l’onere di governare nel Nord, di considerare alcune questioni fondamentali cui dare risposta. E sulle quali il centrosinistra non sembra avere ancora offerto risposte chiare.

Innanzitutto, il rapporto fra centro e periferia. Queste elezioni confermano che il Nord è distante da Roma. E Roma fatica a comprendere il Nord. Anzi, «i» Nord. La distanza in questo caso non è tanto fisica, quanto di orientamenti culturali, stili di vita e valori che affondano le radici nella tipologia di sistema produttivo fondato soprattutto sulle piccole imprese familiari. È un Nord fluttuante e flessibile, anche nel voto: visto da Roma è qualcosa di indistinto o di raccontato solo attraverso stereotipi. Il Nord però non si risolve con Milano o Torino, tanto meno Venezia o Trieste. Esistono diversi Nord che convivono: da quello delle piccole città diffuse del Nord-Est, alle province pedemontane che dal Piemonte arrivano al Friuli Venezia Giulia, dalle città della Pianura Padana a quelle dell’arco alpino, fino alle aree dei distretti industriali. E poiché manca una corretta rappresentazione di questa pluralità, da ciò deriva anche una sorta di incomunicabilità fra la periferia e il centro. Anche all’interno delle formazioni politiche. Come, al loro interno riuscire a trovare un equilibrio fra rappresentanza locale e nazionale rimane una questione aperta.

La questione fiscale e federale è un elemento distintivo. Le regioni del Nord che in misura di gran lunga maggiore hanno sulle spalle l’onere della produzione della ricchezza nazionale auspicano di potere disporre un livello di servizi adeguato ai propri standard produttivi. Sotto questo profilo, un po’ di meritocrazia non guasterebbe anche sul piano della fiscalità. Certo, la situazione economica e l’indebitamento dello Stato non consentono al momento molti margini di manovra, però nell’ultimo decennio e a dispetto delle diverse maggioranze che si sono alternate al governo del Paese, non si sono realizzati significativi cambiamenti su questi versanti. Quanto meno, la percezione pubblica è - se possibile - ulteriormente esacerbata e non giustifica più tale disequilibrio nella distribuzione delle risorse collettive. Se a questo aggiungiamo gli effetti negativi sull’opinione pubblica che hanno avuto anche eventi recenti (come il caso della gestione dei rifiuti a Napoli), appare comprensibile come offrire segnali di un riequilibrio fiscale verso Nord avrebbe come conseguenza, fra l’altro, la legittimazione dello Stato nel combattere la piaga dell’elusione fiscale che anche al Nord è presente.

La questione dei Nord, poi, è legata alla diffusione e al radicamento della piccola impresa: in Italia, secondo l’Istat, le aziende fino a 10 addetti sono 4,3 milioni, il 95% del totale e occupano il 47% di tutti i lavoratori. La loro presenza è in larga prevalenza concentrata nel Nord dell’Italia (51%), una misura più che doppia rispetto al Centro (21%) e al Mezzogiorno (28%). Solo questi scarni numeri raccontano di una «centralità marginale» di cui godono le Pmi nel nostro Paese sotto il profilo della considerazione sociale e politica. Stanche di vedere una politica rissosa e costantemente distratta rispetto ai problemi concreti. È su questo tema che il presidente degli industriali trevigiani, Alessandro Vardanega, ha ricevuto una vera e propria ovazione all’assemblea annuale pochi giorni fa. Le Pmi rappresentano il paradigma delle sfide e delle opportunità per il nostro Paese, in particolare ora che stiamo attraversando una crisi strutturale, almeno sotto tre profili. Il primo è quello delle politiche industriali e fiscali: è necessario sostenere le imprese nello sforzo di aumentare la propria competitività liberandole di una serie di pesi (sempre gli stessi peraltro da decenni: burocrazia, tasse...). Il secondo profilo è relativo alla struttura produttiva: l’impegno delle imprese deve essere quello di consolidarsi e di aggregarsi per essere più solide per affrontare le sfide della competizione internazionale, come sottolineato dalla ricerca «Costruire il futuro», coordinata dal Centro Studi di Confindustria e curata da Nardozzi e Paolazzi. Infine, il profilo del valore sociale dell’impresa: poco meno del 60% degli imprenditori proviene dalle fila degli operai. Le relazioni di lavoro all’interno delle Pmi sono assai diverse da quelle delle grandi imprese. Poiché la crisi continua a mordere e il Paese risale lentamente, è necessario realizzare iniziative che su questi argomenti diano velocemente risposte.

Infine, esiste la questione di natura più squisitamente territoriale: le realtà di provincia. I Nord sono le città della fascia Pedemontana che da Cuneo giunge fino a Udine, passando per Biella, Bergamo, Brescia, Vicenza, Treviso. Insomma, le esperienze di società ed economie che hanno dato vita ai distretti industriali. Per non dire, poi, dell’area padana. Si tratta della provincia invisibile, frammentaria che non ha i mezzi per rapportarsi autonomamente con le istituzioni politiche centrali.

Quindi, la questione fiscale è fondamentale, ma altrettanto lo sono le trasformazioni profonde intervenute nell’economia, sul territorio e nella struttura della società. La sfida per chi governerà nei prossimi anni i Nord è di dedicare un’attenzione strutturale al territorio, cogliendone le istanze dei diversi gruppi sociali, ma inserendole all’interno di un progetto nazionale che guardi al futuro del Paese.

*Università di Padova

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