Il battiquorum

www.ilriformista.it del 3 giugno 2011

Alessandro De Angelis ( 04 giugno 2011 )

"Spettri. Il presidente del Consiglio dà libertà di voto sui quesiti per mettere al riparo il governo. Il timore è che la nuova sconfitta apra alla manovra di palazzo. E Cicchitto avvisa Tremonti attaccando il vertice dell’azienda nominato dal Tesoro...."

Il battiquorum


Spettri. Il presidente del Consiglio dà libertà di voto sui quesiti per mettere al riparo il governo. Il timore è che la nuova sconfitta apra alla manovra di palazzo. E Cicchitto avvisa Tremonti attaccando il vertice dell’azienda nominato dal Tesoro.
Nella foto: Silvio Berlusconi «Ci stanno provando. Vogliono la spallata col referendum. Noi dobbiamo evitare a tutti i costi la crisi, far capire alla Lega che a questo governo non ci sono alternative». Silvio Berlusconi è affaticato, provato, stanco.
Vede già varie «manine» all’opera per il colpo finale. E c’è un motivo se Fabrizio Cicchitto, uno che nel Pdl conta parecchio, si scaglia con forza contro l’amministratore delegato di Fincantieri, dopo che ha ritirato il piano di tagli: «Il dottor Bono - dice il capogruppo del Pdl - ci deve una spiegazione: egli, proprio alla vigilia delle elezioni, ha proposto un piano del tutto provocatorio dal punto di vista sociale e adesso lo ritira. Una persona responsabile non lo avrebbe neanche avanzato con quei contenuti e in quei tempi».
È il messaggio alla prima manina, quella di Giulio Tremonti. Perché Bono è in quota sua (e della Lega). Non solo perché nominato dal Tesoro. È «politicamente» vicino a lui. Tanto che nel piano “nordista” varato qualche settimana fa non aveva toccato gli stabilimenti veneti e friulani. Ieri, il ritiro. Manovra sospetta. Berlusconi con i ministri Romani e Sacconi ha condiviso un’analisi spietata della vicenda: «O sono dei matti o c’è qualcuno che gioca allo sfascio». Del resto i rapporti tra il premier e il superministro dell’Economia sono ormai al minimo storico. E ora che nel Pdl è iniziata la corsa al “dopo” il sospetto è che «Giulio» abbia deciso di accelerare sulla crisi puntando tutto su un governo tecnico: «Se si fanno le primarie a fine legislatura - è il ragionamento del Cavaliere - contro di me non va da nessuna parte, ma non va da nessuna parte neanche contro Angelino, con me dietro. L’unica possibilità che ha è anticipare i tempi con una manovra di palazzo». Questa volta Berlusconi pensa il complotto sia davvero possibile. Anche perché è vero che «la Lega non è solo Tremonti», come dicono nell’inner circle, ma i contorni del chiarimento con Bossi sono tutt’altro che definiti: «L’unica cosa certa - dice un ministro azzurro - è che non vuole andare alle urne, il resto non si sa».
Nel resto c’è altro incubo del Cavaliere, che Bossi possa non reggere più al prossimo colpo. Ovvero ai referendum. E a quel punto la manovra di palazzo potrebbe diventare inevitabile pur di salvare la legislatura. Il Capo ripete come un mantra - lo ha fatto anche ieri a Mattino5 - che «non ci saranno ripercussioni sul governo», che i quesiti sono confusi e inutili. E che pure Pdl è fuori dalla tenzone: «Non daremo alcuna indicazione ai nostri sostenitori che avranno anzi libertà di scelta». Obiettivo: evitare il quorum. Epperò i rumori che arrivano dalla base leghista sono assai sinistri. Sull’acqua, ma pure sul legittimo impedimento. Così come è assai sinistro il silenzio di Bossi. I fedelissimi del premier pensano che alla fine anche la Lega darà libertà di voto. Ma di fronte al raggiungimento del quorum sarebbe difficile tenere la posizione. E l’ipotesi, fino a qualche giorno fa neanche presa in considerazione, è diventata uno spettro che si aggira nelle stanze del potere berlusconiano. Di qui la liena della «libertà di voto», suggerita dalle vecchie volpi azzurre per mettere a riparo il governo da una eventuale sconfitta, ed evitare un remake del film di Craxi del ’91. Perché, nella cerchia ristretta, per la prima volta la sensazione è che il quadro è in movimento: «Come governo - prosegue il ministro - ci siamo sfilati, ma siamo di fronte a una situazione imprevedibile. Sulla carta il raggiungimento del quorum è difficile. Ma sulla carta era difficile pure perdere Milano e Napoli».
Sarebbe il colpo fatale. Quello che, secondo il premier, sta aspettando Giorgio Napolitano, vero artefice, per i berlusconiani, della sentenza della Cassazione. I due si sono visti ieri per un punto sugli incontri internazionali. Il premier ha colto l’occasione per spiegare le ragioni della nomina di Alfano e per rassicurare che, nel momento in cui sarà eletto segretario dal partito a fine giugno, lascerà il ministero. Ha pure sottolineato come, per la verifica di fine giugno, tutte le caselle saranno a posto, anche il ministero delle politiche comunitarie. Parole pacate, atteggiamento rispettoso di chi vuole mostrare una cortesia istituzionale. Ma il colloquio non ha affatto fugato i retropensieri del premier. Per far capire ai suoi a che livello sarebbe arrivato il pregiudizio del capo dello Stato, ha raccontato la sua versione della gaffe con il re di Spagna: «Altro che protocollo. Si deve operare al ginocchio, ed è un intervento impegnativo, gli ho detto “prego, stia seduto”, era cortesia. E invece lui ha colto l’occasione per bacchettarmi e i giornali hanno montato il caso». Manine, ovunque.

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