Se tramonta il bipolarismo

"Corriere della Sera" del 6 giugno 2011

Angelo Panebianco ( 06 giugno 2011 )

"L'opinione generale secondo cui gli equilibri del sistema politico italiano stiano per cambiare radicalmente sembra fondata. L'incognita è se ciò avverrà nel giro di qualche mese oppure di un paio d'anni: quanti ne mancano alla conclusione naturale della legislatura..."

Se tramonta il bipolarismo


L'opinione generale secondo cui gli equilibri del sistema politico italiano stiano per cambiare radicalmente sembra fondata. L'incognita è se ciò avverrà nel giro di qualche mese oppure di un paio d'anni: quanti ne mancano alla conclusione naturale della legislatura. Gli equilibri della cosiddetta Seconda Repubblica si sono retti sulla presenza di Silvio Berlusconi.

Il bipolarismo italiano era, ed è tuttora, un bipolarismo personalizzato, fondato sulla contrapposizione fra i sostenitori e i nemici di Berlusconi. Quando l'attuale premier uscirà di scena quegli equilibri salteranno. Ci sono due possibilità. La prima consiste nel passaggio dal bipolarismo personalizzato a un bipolarismo «impersonale» o istituzionalizzato: la contrapposizione non sarebbe più fra amici e nemici di Berlusconi ma fra una destra post berlusconiana e la sinistra. Naturalmente, emergerebbero, a destra come a sinistra, nuovi leader e entrambe le coalizioni dovrebbero rinnovare profondamente la propria «ragione sociale». Ma non ci sarebbe più «un uomo solo al comando»: alla leadership carismatica subentrerebbero leadership più oligarchiche, più collegiali. Non solo a sinistra, dove è sempre stato così, ma anche a destra.

La seconda possibilità è la fine del bipolarismo: partiti che ottengono mandati in bianco alle elezioni, governi che si formano e si disfano in Parlamento senza alcun bisogno di chiedere il permesso agli elettori. Per alcuni questo sarebbe un ritorno ai veri e sani principi della democrazia parlamentare, per altri (compreso chi scrive) sarebbe invece la riproposizione di antichi riti trasformisti.

Non credo che esista la terza possibilità auspicata in questi giorni da Giuliano Ferrara: un Berlusconi di colpo ringiovanito che riprenda con nuova verve le idee e i progetti del 1994, rivitalizzando così la propria leadership e la propria organizzazione politica. Il tempo è impietoso con tutti.Si tratta di vedere «come» Berlusconi deciderà di lasciare la scena politica. Lo farà preparando sul serio la successione oppure dovremo fra poco constatare che le mosse recenti, da Alfano segretario alle ventilate primarie, sono state fatte solo per guadagnare tempo? Se, come credo, l'alternativa che ci aspetta è fra un bipolarismo istituzionalizzato e il trasformismo parlamentare, allora Berlusconi preparerà davvero la propria successione salvando anche il Popolo della Libertà (senza il quale non è nemmeno concepibile il centrodestra) se, e solo se, lavorerà per consolidare il bipolarismo.

Nei momenti di passaggio da un equilibrio all'altro, secondo tradizione, viene organizzata dalla politica una grande festa da ballo «a tema»: il tema è sempre la legge elettorale. Qualcuno ne parla già apertamente e altri no ma tutti coloro che fanno professionalmente politica sanno che la riforma della legge elettorale è tornata di attualità. Se guardiamo alle dinamiche in atto e alle forze in campo, dobbiamo concludere che l'esito più probabile sia un ritorno alla proporzionale: basta eliminare il premio di maggioranza e il gioco è fatto. Poiché ciò a cui guardano gli attori politici è il proprio interesse di brevissimo termine (la politica è un'attività molto incerta, non consente di ampliare troppo l'orizzonte temporale, di fare calcoli che vadano al di là del breve periodo), il ritorno alla proporzionale, in questo momento, sembra convenire a (quasi) tutti. Quella scelta spalancherebbe le porte al secondo scenario qui ipotizzato: la fine del bipolarismo, la rinascita del trasformismo parlamentare.

Quella scelta avrebbe due controindicazioni. La prima riguarda il futuro della democrazia italiana. Per le ragioni dette, ciò può preoccupare più noi cittadini che i politici. Non esistendo più i forti e radicati partiti della Prima Repubblica, con la proporzionale si assisterebbe al trionfo di un notabilato politico impegnato a fare e disfare alleanze parlamentari: instabilità e ingovernabilità diventerebbero endemiche. La seconda controindicazione riguarda il Popolo della Libertà. La fine del bipolarismo e il ritorno alla proporzionale ne decreterebbero la dissoluzione. Si illudono coloro che in quel partito pensano che con la proporzionale potrebbero comunque godere di un bella rendita elettorale. Non esistono partiti per tutte le stagioni. Ricordate come finì la Dc di Mino Martinazzoli? Si illuse di poter sopravvivere al passaggio dalla proporzionale al maggioritario. Una volta effettuato il passaggio, il partito si dissolse. Il Pdl è nato con il bipolarismo e ne ha bisogno per continuare a esistere. Il suo interesse è che il sistema bipolare sopravviva. Per questo serve al Pdl una riforma elettorale maggioritaria, non proporzionale. In quella direzione dovrebbe muoversi Silvio Berlusconi se volesse davvero assicurare un futuro alla propria creatura politica.

Poi, certo, ci sono i contenuti della politica. La legge elettorale può solo influenzare la conformazione del campo di gioco, dettare alcune regole della competizione, e decretare la sopravvivenza o la dissoluzione delle forze esistenti. Vincere le elezioni è tutta un'altra storia. Conterà cosa farà o non farà il governo nei due anni restanti e, forse ancor di più, conteranno i profili e le scelte dei leader che, a destra e a sinistra, emergeranno al tramonto dell'era berlusconiana.



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