Un Paese che non c'è

"La Stampa" del 10 giugno 2011

Cesare Martinetti ( 10 giugno 2011 )

"Il ritorno in libertà di Cesare Battisti segna l’ultimo atto di una vicenda che si chiude con una sconfitta totale dell’Italia...."

Un Paese che non c'è



Il ritorno in libertà di Cesare Battisti segna l’ultimo atto di una vicenda che si chiude con una sconfitta totale dell’Italia. Non solo per la giustizia negata di cui si lamenteranno - a ragione - i parenti delle vittime di Battisti e della sua banda (i Pac, proletari armati per il comunismo). Ma anche e soprattutto per il vuoto di credibilità internazionale del nostro Paese.

Va detto subito, a scanso di equivoci, che non stiamo parlando di un governo o di questo governo, ma dell’Italia in quanto insieme di storia, valori, rappresentazione di se stessa. Non dell’Italia da cartolina per la quale andiamo fortissimo, ma dell’Italia in quanto idea che questo nostro Paese ha di se stesso. Il caso Battisti racconta proprio questo: un Paese che non ha una storia elaborata e condivisa e che quindi quando c’è da mettere sul piatto della bilancia il peso del proprio essere, si rivela contraddittoria, inconsistente e alla fine perdente.

Vediamo da vicino questo caso Battisti, annoso e complesso, ma proprio per questo rivelatore. In sintesi: il suddetto, evaso da un carcere italiano, accusato di rapine, terrorismo e quattro omicidi, dopo qualche anno passato in Messico, nell’89 arriva Parigi e viene arrestato. La giustizia italiana chiede la sua estradizione. I giudici francesi non dicono di no, ma sospendono il giudizio in attesa del suo ultimo processo in corso in Cassazione che arriva ed è la conferma delle condanne. Ma a quel punto tutto si ferma e l’Italia, quando ne avrebbe avuto tutto il diritto, non reclama l’estradizione del terrorista. Fino al 2004 quando i due governi si mettono d’accordo per sanare quest’equivoca questione dei latitanti italiani. L’accordo è di fatto una sanatoria, salvo che per i condannati per omicidio, una dozzina, tra i quali Battisti, che viene arrestato per primo. E qui comincia il suo caso che ha due profili: quello giuridico e quello politico-cultural-mediatico. Nel primo profilo l’Italia stravince. Grazie all’azione appassionata, convinta e competente dei diplomatici e del giudice di collegamento che si applicano alla causa, la giustizia francese riconosce le buone ragioni dell’Italia e concede l’estradizione, in primo grado e in appello. I difensori di Battisti ricorrono anche alla Corte Europea, solitamente sospettosa nei confronti della nostra giustizia. Ma anche qui l’Italia vince: a Battisti che invoca l’applicazione della «dottrina Mitterrand» i giudici di Strasburgo fanno notare che la suddetta «dottrina» non vale per i condannati per reati di sangue (chi vuole il documento legga «Le Monde» del 25 febbraio 1985).

Che succede a questo punto? Che il governo francese, anzi il primo ministro (all’epoca Jean-Pierre Raffarin, destra gollista) firma il decreto di estradizione, ma contemporaneamente i servizi di sicurezza (che difficilmente prenderebbero un’iniziativa del genere senza il consenso del ministro dell’Interno, all’epoca Nicolas Sarkozy) regalano a Battisti ben due passaporti falsi e lo «esfiltrano» dalla Francia consigliandogli di puntare sul Brasile.

Perché succede questo? Perché sotto il profilo che abbiamo chiamato politico-cultural-mediatico l’Italia perde la sua partita. Battisti, da piccolo criminale comune politicizzato in carcere e diventato terrorista, killer dei Pac, scrive un paio di «polar» (romanzi gialli) e viene eletto a simbolo dei ribelli che negli Anni Settanta hanno tentato di cambiare le cose in quel Paese corrotto e mafioso che si chiama Italia.

Un’autorappresentazione freudiana da rivoluzionari falliti in cui si identificano anche intellettuali di primo piano come Bernard-Henri Lévy, Daniel Pennac, Edgard Morin. E insieme una rappresentazione grottesca e caricaturale dell’Italia vista come il Cile di Pinochet. I giornali scrivono assurdità tipo che Battisti era stato condannato da un tribunale militare speciale, la giallista Fred Vargas diventata la grande protettrice del perseguitato pubblica un pamphlet dove si può leggere che all’epoca in Italia vi erano 60 mila prigionieri politici. Il sindaco di Parigi, il socialista Bertrand Delanoë, conferisce solennemente la cittadinanza onoraria a Battisti, dichiarando che da quel momento lo si doveva considerare sotto l’alta protezione della città di Parigi.

In questo festival dell’assurdo la voce dell’Italia è totalmente inudibile. Mentre gli intellettuali francesi, ignorantissimi della storia italiana, firmavano appelli per la libertà del loro eroe, nessuno scrittore italiano s’è mai preso la briga di smontare la caricatura che si faceva del nostro Paese. Unica eccezione Antonio Tabucchi. Ma nessun politico di centrosinistra - nemmeno Veltroni, che Delanoë prende abitualmente a pacche sulle spalle chiamandolo «Uoltèr» - ha mai ragguagliato il sindaco di Parigi sugli anni di piombo preferendo le foto opportunity in campagna elettorale. Nessuna voce forte, dal governo, dallo Stato, da qualcuno e qualcosa che fosse riconoscibile nel mondo come «Italia». Insomma, un Paese inesistente.

Quando Battisti è riapparso in Brasile, lo schema francese si è ripetuto, preciso e identico. Anche là la Corte Suprema ha riconosciuto la piena validità della sentenza italiana e si è pronunciata per l’estradizione. Ma a differenza dell’ipocrisia di Stato francese, il presidente Lula s’è preso direttamente la responsabilità di dire no all’estradizione. Ieri notte la Corte Suprema non ha potuto che confermare la titolarità del Presidente in materia di estradizione. E anche qui nessuna entità di nome Italia ha saputo rovesciare la partita. Ha vinto ancora una volta la caricatura del nostro Paese. Cesare Battisti è libero in Brasile. Ha ragione il presidente Napolitano: l’immagine dell’Italia è stata lesa. Ma i colpevoli sono tra noi. Forse siamo tutti noi.


Materiale: