I cittadini, il voto e il potere

"La Stampa" del 12 giugno 2011

Gian Enrico Rusconi ( 12 giugno 2011 )

"«Tanto non succederà nulla». Questo sospetto insidia sotterraneamente l’euforia della vigilia di chi è convinto che «vincerà il quorum». Ma è anche il malcelato scongiuro di chi teme il contrario..."

I cittadini, il voto e il potere



«Tanto non succederà nulla». Questo sospetto insidia sotterraneamente l’euforia della vigilia di chi è convinto che «vincerà il quorum». Ma è anche il malcelato scongiuro di chi teme il contrario.

Naturalmente il sospetto e lo scongiuro non si riferiscono alla sostanza dei quesiti referendari, ma al loro immediato contraccolpo politico. L’espressione stessa di «vittoria dei quorum» rivela l’anomalia del clima che si è creato attorno alla consultazione. Ma se andiamo a fondo ci troviamo ancora una volta davanti ai problemi cruciali della democrazia italiana: il cattivo rapporto tra cittadini e classe politica e la fragilità dei meccanismi di rappresentanza.

Per comodità di ragionamento distinguiamo tre aspetti: la volontà dei «semplici» cittadini che vanno a votare perché a loro interessa la sostanza dei referendum; il tentativo dei politici non solo di orientare l’opinione nel merito dei referendum ma di creare le condizioni per una immediata soluzione politica. È quella che viene chiamata «la politicizzazione» dei referendum.

Da qui il terzo interrogativo, più serio: se questa volta (assai più di altre volte) la battaglia sui referendum non riveli un difetto strutturale della nostra democrazia parlamentare. Ieri Marta Dassù su questo giornale evocava la democrazia plebiscitaria che compare quando fallisce la democrazia rappresentativa. Ma da noi questo pericolo fa la sua comparsa all’annunciato tramonto del berlusconismo che è stato un tentativo di scorciatoia mediatico-plebiscitaria. E sullo sfondo ricompare il fantasma di Bettino Craxi con il suo famoso/famigerato «tutti al mare», il cui significato politico si colloca nel contesto del suo tentativo di riforma istituzionale in direzione «decisionista» - si diceva allora.

Ma torniamo ai cittadini semplici (e ingenui - aggiunge qualcuno che la sa sempre più lunga). Ci sono milioni di donne e di uomini che vanno a votare su questioni che considerano vitali per loro e per il futuro dei loro figli. La grande maggioranza di loro sceglierà verosimilmente il «sì». Pare infatti che non diano ascolto a chi - magari con qualche argomento ragionevole - invita a non essere apocalittici di fronte alla questione del nucleare né ostili e prevenuti verso una diversa gestione del bene collettivo dell’acqua. Non entro nel merito di questi argomenti. Ma capisco perfettamente che su temi così importanti i cittadini non si fidino più dei politici e dei loro esperti. Troppo spesso si sono sentiti presi in giro. Soprattutto non apprezzano il boicottaggio del referendum: è una forma di disprezzo per il cittadino e di machiavellismo di basso livello. A questo proposito è inutile ricordare con sussiego il diritto costituzionale all’astensione - come se fossimo in una repubblica di virtuosi e non di furbetti. Il caso del referendum sulla fecondazione assistita, pilotato in questo senso dal card. Ruini, è stato un pessimo esempio.

Qui ritorna in gioco la classe politica. Come è prevedibile, entrambi gli schieramenti daranno una lettura immediatamente politica all’esito referendario. È inutile scandalizzarsi. L’attuale stagione del berlusconismo è caratterizzata dal venir meno senza ritegno di ogni distinzione di competenze nei diversi ambiti e settori (media, giustizia, economia, immigrazione, guerra persino) - tutto è politica immediata e personalizzata. Tutto è pro o contro il Cavaliere, perché lui stesso ha spinto in questa direzione, seguito con riluttante passività dal ceto politico da lui creato.

Persino la Lega si è invischiata in questa situazione. In realtà la Lega merita un discorso a parte - se si riuscirà a capire come hanno votato i suoi elettori. Non è chiaro infatti se Bossi si rende conto che i referendum su nucleare e acqua mettono alla prova la dimensione genuinamente popolare del movimento leghista. Farà finta di niente pur di tenere in piedi il sistema berlusconiano di cui sta diventando il beneficiario privilegiato?

Ma il risultato dei referendum avrà in ogni caso un effetto disimmetrico per i due schieramenti, soprattutto se vincesse il sì. Il centrodestra infatti si limiterà a fare quadrato attorno al suo leader, sostenendo che non è successo nulla che possa modificare la linea del governo - salvo ovviamente la presa d’atto dei risultati referendari. Nel campo del centro-sinistra invece la intensità delle aspettative create, proprio perché non avranno un effetto immediato sul governo, si ripercuoteranno all’interno con una nuova mobilitazione ed eccitazione. Il gruppo dirigente, pur rassicurato nella propria linea, dovrà fare i conti con una base galvanizzata e decisa a farsi sentire, con nuovi leader emergenti, oltre che con gli irremovibili e indispensabili uomini di tutte le stagioni. Sarà forse una anticipazione della dinamica della politica nazionale che si rimetterà in movimento dopo la paralisi del sistema berlusconiano.

Ma a questo punto torneranno all’ordine del giorno i problemi di sempre: l’adeguatezza dei meccanismi di rappresentanza (sistema elettorale), le competenze dell’esecutivo ecc. In altre parole il rafforzamento del sistema parlamentare lontano dalle tentazioni plebiscitarie. Sono antichi problemi che spaventano solo a essere evocati, per il modo con cui sono stati sempre sistematicamente elusi. Oppure questa occasione referendaria sarà il segno di una svolta?

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