Tremonti nel mirino del premier

"La Stampa" del 14 giugno 2011

Marcello Sorgi ( 14 giugno 2011 )

"Dopo quella di un governo Tremonti, nata a cavallo del primo turno delle amministrative per arginare la crisi di Berlusconi e del centrodestra, l’ipotesi di un governo senza Tremonti s’è affacciata ieri sera in seguito alla terza sconfitta consecutiva del premier e del suo governo...."

Tremonti nel mirino del premier



Dopo quella di un governo Tremonti, nata a cavallo del primo turno delle amministrative per arginare la crisi di Berlusconi e del centrodestra, l’ipotesi di un governo senza Tremonti s’è affacciata ieri sera in seguito alla terza sconfitta consecutiva del premier e del suo governo.

Battuti politicamente nelle urne dei referendum sull’astensione, sul nucleare e sull’acqua, e personalmente, il Cavaliere, sul legittimo impedimento o su quel che ne restava, dopo la mezza bocciatura della Corte Costituzionale: così che da oggi stesso tornerà ad essere un imputato senza alcuna protezione dai suoi processi.

Il capovolgimento che punta a rompere una volta e per tutte gli argini della politica economica di rigore, fin qui tenuti alti dal ministro dell’Economia, conferma nuovamente e drammaticamente la precarietà della situazione politica. Dopo esserne stato il migliore amico, Tremonti è diventato inviso a una Lega in preda alla disperazione, che preme sul Cavaliere minacciando di disarcionarlo. A urne aperte, domenica, prima il ministro dell’Interno Maroni con un’intervista al Corriere, poi lo stesso Bossi, hanno preso di mira il responsabile dell’Economia, parlando a suocera (Berlusconi) perché nuora (Tremonti) intenda. E Calderoli commentando a caldo i risultati ha annunciato che a Pontida, all’adunata del popolo padano di domenica prossima, il Carroccio detterà le sue condizioni.

Si tratterà probabilmente di richieste inaccettabili, tipo l’immediata chiusura delle missioni internazionali e la fine della guerra in Libia, tra le quali faranno capolino le vere condizioni del Senatur, prima tra tutte la svolta economica, la riduzione delle tasse e la liberazione dei sindaci del Nord dai limiti di spesa imposti dal patto di stabilità. Il fatto che per questa strada l’Italia possa avviarsi sulla china della Grecia non preoccupa il principale alleato di governo, convinto che l’orizzonte nazionale, e in qualche caso quello provinciale, debba prevalere su tutto.

A Berlusconi resta il compito scomodo di mediare tra un partner della coalizione e un ministro, entrambi e a loro modo indispensabili. Ma chi gli è vicino dice che non ne ha voglia. Il presidente del Consiglio ritiene che sotto sotto Bossi abbia ragione e le resistenze tremontiane che ha cercato inutilmente di piegare nell’ultimo mese siano tali da condannare la legislatura a un avvitamento e il centrodestra a una sicura sconfitta elettorale. Che l’elettorato, in tutte le occasioni in cui ha potuto, abbia voltato le spalle principalmente a lui e all’inconcludenza del suo governo, il Cavaliere non vuol sentirselo dire. Anche la forte affluenza degli elettori alle urne referendarie, in barba al suo invito a non andare a votare, non la considera una sconfitta personale. Se il 44 per cento degli elettori del Pdl e quasi il 40 di quelli della Lega sono andati a votare, obietta, è perché si sono sentiti liberi di fare così sapendo che non mettevano a repentaglio il governo.

Una così testarda difesa di se stesso tuttavia non sottovaluta i segnali di scollamento dati per tre volte dall’elettorato. Di qui l’urgenza della svolta economica che Berlusconi vuole a qualsiasi costo, perfino la testa di Tremonti. Non lo preoccupa la firma messa sotto il piano di rientro triennale dal deficit: se Sarkozy chiede all’Europa una dilazione, perché l’Italia non dovrebbe accodarsi? Non lo interessano i rischi e le ricadute di una linea così avventurosa, né la necessità di dar corso agli esiti del voto in tempi brevi, come ha promesso ieri nell’asettico comunicato con cui ha commentato i referendum, sia in materia di nucleare che di abbandono dei progetti di privatizzazione dei servizi di distribuzione dell’acqua.

Per questo, anche se molti tra i suoi consiglieri lo invitano alla ragionevolezza, Berlusconi non farà nulla di quel che sarebbe urgente e necessario: come mettere mano al partito e al governo, ormai divisi per bande e correnti, e aiutare il giovane Alfano a dar corpo alla propria leadership, al momento puramente formale; nominare i ministri che mancano e sostituire quelli che non funzionano; gestire la trattativa con la Lega negoziando, ma anche richiamandola al senso di responsabilità indispensabile per una forza di governo; preparare l’appuntamento parlamentare della verifica del 21 e 22 giugno con programmi seri e scadenze ravvicinate; prendere atto che il voto sul legittimo impedimento richiede un marcato cambiamento di toni e di argomenti in materia di giustizia. No, Berlusconi, su questo e altro non cambierà passo, procederà ancora alla sua maniera. Se il suo declino appare ormai irreversibile e la caduta s’annuncia fragorosa, il suo cammino non è ancora giunto alla fine.


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