L'inquietudine del mondo cattolico

"Corriere della Sera" del 25 luglio 2011

Ernesto Galli della Loggia ( 25 luglio 2011 )

"Nel disfacimento politico in atto era inevitabile che acquistasse spazio l'ipotesi della ricostituzione di un polo politico cattolico grande abbastanza (e quindi tendenzialmente unitario?) da svolgere un ruolo di rilievo..."

L'inquietudine del mondo cattolico


Nel disfacimento politico in atto era inevitabile che acquistasse spazio l'ipotesi della ricostituzione di un polo politico cattolico grande abbastanza (e quindi tendenzialmente unitario?) da svolgere un ruolo di rilievo. Inevitabile perché la storia non è acqua, e se i cattolici - e la Chiesa - non furono certo tra i soci fondatori del Regno d'Italia, invece lo sono stati senz'altro della Repubblica italiana. Insieme ai comunisti, com'è noto. Con la differenza però che la scomparsa dalla scena degli uni e degli altri non ha avuto certo il medesimo senso e la medesima portata. Mentre i comunisti, infatti, sono stati travolti da una smentita storica che li ha privati della legittimità della loro stessa nascita, gli altri hanno semplicemente visto il proprio partito, la Democrazia cristiana, messo in crisi da un logoramento complessivo, da fenomeni di malgoverno, da una serie di disavventure giudiziarie: tutte cose gravi sì, che però assai più che specificamente della Dc, erano comuni ad un intero sistema e ad un'intera cultura (o incultura) civica (tanto è vero che sono tuttora vitalissime).

In prospettiva, di contro, appaiono sempre più chiari a tutti i meriti storici del cattolicesimo politico italiano: la sua forte capacità inclusiva (sociale e ideologica), la conoscenza e comprensione del Paese, la sua costante volontà d'interlocuzione e di dialogo, la moderazione dei gesti e delle parole unita però a un fondo di valori forti. Non avrebbe forse di tutto ciò l'Italia un gran bisogno ancora oggi? Sicuramente sì. Ma l'ipotesi di ricostituzione di un grande polo politico cattolico implica, mi pare, che si chiariscano preliminarmente almeno due problemi decisivi.
Il primo è un problema per così dire posizionale, che sottintende però formidabili questioni di sostanza. Così come dopo il 1989 al Partito comunista non riuscì di diventare un partito socialdemocratico (cioè la sola cosa che poteva diventare), egualmente alla Dc non riuscì dopo il '93 di abbandonare la sua collocazione centrista e di occupare il solo posto libero nello schieramento politico italiano: quello di destra.

Il problema si pone ancora oggi nei medesimi termini, come mostra il fatto che non esiste sistema politico al mondo che veda la presenza di un partito di sinistra democratica (come accade finalmente anche nell'Italia attuale) e in cui il partito cattolico (o cristiano che sia) non abbia la funzione di contrapporsi al suddetto partito: cioè stia a destra. In realtà la collocazione centrista della Dc dipese interamente dalla particolare situazione del dopoguerra italiano, quando il solo termine destra faceva subito pensare al fascismo, e del resto esisteva un partito neofascista che si diceva per l'appunto di destra. Ma in un sistema a suffragio universale contrapporsi alla sinistra - in questo senso stare a «destra» - non implica affatto sostenere politiche antipopolari, reazionarie o classiste. Sostiene forse politiche di tal genere la cancelliera Merkel?

La generica propensione «a sinistra» della vecchia Dc (salvo però che al momento delle elezioni!) era determinata dalla presenza al suo interno di una componente di sinistra. Questa da un lato era convinta che per rappresentare esigenze «sociali» bisognasse per forza avere una qualche intesa con i comunisti, visti, nell'Italia povera di un tempo, come i naturali rappresentanti del «popolo» e delle suddette esigenze: equiparazioni oggi più che mai discutibili. Dall'altro lato, la sinistra cattolica si serviva del suo dialogo con il Pci per spostare a proprio favore gli equilibri interni del partito, con l'accreditare l'idea di essere l'unica ad avere una visione strategica in grado di compensare sul medio-lungo periodo l'inevitabile usura del potere (Aldo Moro fu essenzialmente questo).

È possibile immaginare che tutto ciò sia finito e che il nuovo partito cattolico sia ora disposto ad essere alternativo al Pd? E cioè, per dire la cosa più importante, a mantenere - come ha suggerito del resto proprio ieri dalle colonne di Avvenire la voce autorevole del rettore della Cattolica, Lorenzo Ornaghi - una forma sia pure corretta di legge elettorale maggioritaria? È certo che se così non fosse, se dovesse invece prendere piede un'opzione favorevole alla proporzionale, ciò equivarrebbe a un segnale quanto mai negativo. Il segnale che il nuovo partito cattolico è pronto ad essere un partito lacerato da anime contrapposte, un partito incapace di scegliere, alla fine tenuto insieme solo dal potere di coalizione. Proprio come fu troppo spesso la Democrazia cristiana nella seconda parte della sua vita.

Dopo quello dello schieramento, il secondo problema riguarda il rapporto con il mondo cosiddetto laico di cultura in senso lato liberale. Il problema si pose anche nel dopoguerra e, come è noto, fu risolto da De Gasperi grazie all'alleanza centrista motivata dalla necessità dell'anticomunismo, protrattasi in varie forme per oltre quarant'anni sempre in nome del «fattore K». Il collante dell'anticomunismo non esiste più, ma anche oggi un rapporto-incontro di quel tipo appare pur sempre necessario al fine di costituire una forza non rinchiusa in un recinto confessionale - che oggi tra l'altro sarebbe assai più angusto elettoralmente di quello che poteva essere nel 1948 - e capace quindi di svolgere un ruolo non minoritario. Un rapporto con il mondo laico di cultura liberale non potrebbe che avvenire, naturalmente, sulla base di un incontro sui programmi ma anche sui valori. Cioè su che cosa può e deve essere l'Italia, sulle scelte importanti, talvolta dolorose, che il Paese deve decidersi a fare se vuole uscire dalla crisi in cui si trascina da due decenni. Ma anche sulle risposte da dare alle sfide che l'onnipotenza congiunta della globalizzazione, della tecno-scienza e di un pangiuridicismo sempre più invadente pongono alle società democratiche e all'intera nostra tradizione culturale.

Lo spazio per un simile incontro oggi forse c'è o si sta creando nella società italiana. E tanto maggiore esso potrebbe essere, a mio avviso, se la nuova Dc, chiamiamola così, più che un partito stricto sensu cattolico si sentisse e si concepisse - secondo ciò che del resto diceva il suo nome di un tempo - come un partito cristiano: per dissipare qualunque equivoco sulla dipendenza dalle gerarchie ecclesiastiche, e per ribadire esplicitamente la propria proiezione al di là dell'ambito confessionale. Cristiano, del resto, per dire l'essenziale di ciò che va detto, basta e avanza.


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