L’ingombrante mano pubblica

"Corriere della Sera" del 26 luglio 2011

Piero Ostellino ( 26 luglio 2011 )

"Sono più di un milione e 300 mila le persone, in Italia, che vivono «di» politica, nel senso che la loro fonte di sostentamento è la politica, esattamente come la metalmeccanica lo è dei metalmeccanici e il giornalismo dei giornalisti...."

L’ingombrante mano pubblica


Sono più di un milione e 300 mila le persone, in Italia, che vivono «di» politica, nel senso che la loro fonte di sostentamento è la politica, esattamente come la metalmeccanica lo è dei metalmeccanici e il giornalismo dei giornalisti. Poiché, però, i conti pubblici del Paese corrono qualche rischio, la stessa politica ha tratto la conclusione che costoro sono tanti, costano troppo e quindi vanno ridotti.

A me pare una risposta sbagliata, se non demagogica, più per far fronte alla marea dell’antipolitica che sale dall’opinione pubblica che per razionalizzare il sistema. La domanda corretta dovrebbe essere che cosa faccia tutta questa gente «per» la politica, per facilitare il buon funzionamento delle istituzioni e migliorare la vita ai cittadini.

Poiché, d’altra parte, i cittadini sono sempre più oppressi dall’eccessiva pressione fiscale, che serve a finanziare una spesa pubblica straripante; poiché lamentano difficoltà a orientarsi nella giungla di leggi e di regolamenti, che penalizzano investimenti e produzione; poiché sono scandalizzati dagli sprechi e dalla corruzione, che distruggono risorse; poiché hanno, in altre parole, la sensazione che quel milione e 300 mila che vive «di» politica faccia più danni che altro, ecco allora che il problema non è (solo) contabile, bensì (soprattutto) politico.

E se il problema è politico, ci si deve chiedere quanto spazio, nella nostra vita, debba occupare la sfera pubblica a ogni livello, e quanto di tale spazio dovrebbe essere lasciato a noi stessi, alla società civile. Rispondere semplicisticamente con lo slogan «meno Stato, più mercato», invece di facilitare la soluzione del problema, ha complicato però le cose e ridotto la questione a un conflitto ideologico fra liberali e socialisti. La risposta corretta, dalla quale partire, è, pertanto, «più Stato, dove è necessario; più società civile, dove è possibile». È anche la tesi del liberalismo di Adam Smith, Friedrich von Hayek, Luigi Einaudi, che è per lo Stato giuridico, non per lo Stato etico; è sociale, non assistenziale. I suoi nemici hanno ridotto il liberalismo a un «fantoccio polemico» contro il quale sparare in favore della spesa pubblica, e delle tasse, della carità di Stato, a detrimento della vera socialità. Munizioni di chi vive «di» politica e poco «per» la politica.

Il centrodestra di Antonio Martino, Giuliano Urbani, Marcello Pera, Alfredo Biondi—quello, per intenderci, della «rivoluzione liberale » che aveva connotato la discesa in campo di Berlusconi — pareva averlo capito e, con la promessa riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, aveva progettato anche una radicale semplificazione normativa e amministrativa, le privatizzazioni di alcuni servizi pubblici degli enti locali (poi malaccortamente fatte dal centrosinistra, e che hanno accresciuto clientelismi e corruzione periferici). Tali riforme erano la condizione per sanzionare, se non la fine dello statalismo, degli sprechi e persino della corruzione, almeno il loro contenimento. Non se ne è fatto nulla e, ora, quel che è peggio, c’è culturalmente e politicamente l’orientamento a identificare il crepuscolo del berlusconismo — che liberale lo è stato molto a parole, poco nei fatti—con la crisi del liberalismo, del capitalismo e del mercato, che delle libertà e del benessere di cui gode l’Occidente sono stati storicamente la pre-condizione, e ad auspicare il ritorno allo statalismo.

In tale contesto, il mondo della cultura e il sistema informativo devono esercitare una duplice funzione. Prima: chiedersi «come» stanno le cose, il che è verificabile nella realtà, piuttosto che dire «perché» dovrebbero stare diversamente, che implica una risposta ideologica non verificabile. Seconda: invece di assecondare la protesta populista e la demagogica illusione di ridurre i costi della politica, pur necessaria, senza ridurre gli ambiti di intervento dello Stato, intellettuali e media dovrebbero chiedersi quanto accrescano i diritti, le libertà individuali, il benessere generale e lo sviluppo del Paese ogni provvedimento del governo e ogni proposta dell’opposizione, e informarne correttamente l’opinione pubblica. A fondamento della democrazia ci sono due pilastri: un sistema informativo attento e un’opinione pubblica bene informata.


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