San Raffaele, l'altra faccia dello scandalo

"La Stampa" del 27 luglio 2011

Elena Loewenthal ( 27 luglio 2011 )

"Jet privati, investimenti azzardati, sospetti fondi neri, una megalomania endemica: sono le tinte con cui il San Raffaele è dipinto in questi giorni. Tinte forti, senza uno straccio di sfumatura, di chiaroscuro. Però, e senza nulla togliere alla gravità di una situazione finanziaria niente affatto innocente, il San Raffaele è anche ben altro...."

San Raffaele, l'altra faccia dello scandalo


Jet privati, investimenti azzardati, sospetti fondi neri, una megalomania endemica: sono le tinte con cui il San Raffaele è dipinto in questi giorni. Tinte forti, senza uno straccio di sfumatura, di chiaroscuro. Però, e senza nulla togliere alla gravità di una situazione finanziaria niente affatto innocente, il San Raffaele è anche ben altro. Lo sa chi è entrato da quella porta per farsi curare e ha trovato un ospedale immenso, speciale. Lo sa chi è venuto in quella sede per degli accertamenti diagnostici all’avanguardia, con tecniche non di rado scoperte nel padiglione accanto, quello del Dibit. Dove si fa ricerca senza dogmatismi, pensando a chi sta male. La malattia ci scardina tutti, inequivocabilmente. E senza augurare nulla a nessuno, prima di far piazza pulita - materiale e morale - bisogna forse tentare quell’impresa quasi impossibile che consiste nel mettersi nei panni di chi convive con la malattia. Cercando anche dentro di sé il coraggio morale di pensare che può capitare a tutti, anche a noi.

Invece in questi ultimi tempi il San Raffaele ha subito un’ermeneutica di registro «faustiano», come se quel luogo fosse un covo di goffi e spregiudicati dottor Jekyll ansiosi di rendere l’uomo un robot. E la cosa che più stupisce di queste invettive dal sapore apocalittico decadente è che il bersaglio principale non sta nel laboratorio di biotecnologie, nei reparti di oncologia dove si usano gli anticorpi monoclonali. Sta in quella piccola nicchia del San Raffaele che è la facoltà di Filosofia, fondata ormai molti anni fa da Massimo Cacciari. Qui starebbe, secondo alcuni detrattori, non ultimo l’Elefantino, la vera anima nera del San Raffaele. Rea di aver predicato nei territori del pensiero e razzolato nel pantano della gestione finanziaria. Come se il docente di logica, teoretica o morale fosse tenuto a controllare i bilanci della società che gli fornisce lo stipendio (a proposito, niente affatto stratosferico come ipotizzato da qualcuno). Allora come la mettiamo con gli insegnanti statali, assoldati da un parlamento che ha al suo si fa per dire attivo un numero strabiliante di indagati dalla magistratura?

E invece, a quelli di filosofia del San Raffaele è candidamente chiesto di discolparsi. Anzi, di ammettere le proprie colpe: complicità, cattiva ispirazione, mancanza di scrupoli, concezione dannata dell’umanità.

Da molti anni tengo un corso opzionale di cultura ebraica in quella facoltà. Che è stata certamente la prima ed è forse ancora l’unica in Italia a prevedere in un curriculum di studi filosofici una panoramica sull’universo ebraico e un’altra sulla civiltà islamica. Questa è una delle ragioni per cui mi sento fiera di appartenere a quel corpo docente oggi tanto vituperato. Un’altra è quel simbolo che sta disegnato sul pavimento, esattamente sotto l’ingombrante angelo Raffaele con il pesce in mano - simbolo di guarigione - sulla sommità del cupolone: è un’assai più discreta spirale a mosaico, che a suo modo evoca quella di legno in verticale in cui arditamente si incrociano i riferimenti alla scala di Giacobbe e al Dna. La piccola chiocciola per terra ha per didascalia tre parole greche: mente, spirito, corpo. Sono il condensato dell’uomo come lo si pensa qui e lo penso anche io. Senza retoriche di sorta, senza magniloquenze tossiche. Insomma, molto più Platone che Faust, per quanto la cosa possa deludere chi vorrebbe che il San Raffaele, e nello specifico la sua facoltà di filosofia, fosse un covo di anticristi da quattro soldi, olezzanti di zolfo e mammona.


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