La riflessione che il Pd deve fare

"La Stampa" del 28 luglio 2011

Federico Geremicca ( 28 luglio 2011 )

"Il caso di giornata è lo sfogo amarissimo e indignato di Pier Luigi Bersani che - messo alle strette dalle inchieste che dalla Puglia alla Lombardia stanno facendo tremare il Pd -preannuncia una inedita «class action» dei militanti democratici: e punta l’indice contro il ritorno in funzione della micidiale macchina del fango, da troppo tempo - ormai protagonista assoluta delle vicende e degli equilibri politici del Paese..."

La riflessione che il Pd deve fare


Il caso di giornata è lo sfogo amarissimo e indignato di Pier Luigi Bersani che - messo alle strette dalle inchieste che dalla Puglia alla Lombardia stanno facendo tremare il Pd - preannuncia una inedita «class action» dei militanti democratici: e punta l’indice contro il ritorno in funzione della micidiale macchina del fango, da troppo tempo - ormai protagonista assoluta delle vicende e degli equilibri politici del Paese. E’ il caso di giornata, ed è giusto e necessario discuterne.

Con una premessa ed una avvertenza, però: che rincorrere la cronaca e continuare a stare al giorno per giorno oggi riflettori su questa inchiesta e domani su quell’arresto - rischia di occultare e far perdere il senso del quadro d’insieme. Un quadro, in tutta evidenza, assai allarmante per una democrazia.

Anche la lettura dei giornali di ieri - oltre agli inquietanti sviluppi di inchieste già note - offre notizie che stimolano sentimenti ormai sempre più difficili da definire. Finisce sotto inchiesta un assessore regionale lombardo della Lega, accusato di aver favorito l’elezione in Consiglio di Renzo Bossi attraverso una sorta di spionaggio politico-personale dei suoi rivali alle elezioni; vanno agli arresti, in Abruzzo, un sindaco e il coordinatore regionale dell’Api - il partito di Rutelli - per una presunta tangente di 100 mila euro chiesta per permettere la costruzione di un centro residenziale su un terreno non edificabile. E si potrebbe naturalmente continuare. A conferma del fatto che se una volta (ma accade ancora oggi...) era la guerra ad essere definita la prosecuzione della politica con altri mezzi, oggi si può serenamente dire che lo sono le inchieste giudiziarie: o meglio, l’uso politico che troppo spesso se ne fa (con quel che ne segue in termini di credibilità del sistema). Ma torniamo al Pd di Bersani.

L’amarezza del segretario dei democrats, costretto a difendere se stesso e il partito da accuse e sospetti che non lo riguardano direttamente, è comprensibile e può ricordare - in qualche modo - quella del ministro Tremonti, per restare solo al caso più recente: Bersani non poteva non sapere chi fosse e cosa facesse Filippo Penati, così come il titolare del dicastero dell’Economia non poteva non sapere chi fosse, cosa facesse e che regime di vita avesse Marco Milanese. E’ una logica apparentemente micidiale ma lo si voglia o no, è la logica imperante nel malefico rapporto giustizia-politica almeno dal ’92 in poi. Il leader del Pd ha tutto il diritto, naturalmente, di difendere la propria onorabilità (e quella del partito che dirige) da una interpretazione diciamo così «estensiva» delle responsabilità penali: politicamente, invece, la faccenda in questione è più controversa e non sarebbe male se venisse colta come occasione per una riflessione che vada oltre la contingenza.

Non è infatti né un mistero né un’affermazione offensiva rilevare come il far leva sulle disavventure giudiziarie di esponenti del maggior partito concorrente (intendiamo il Pdl, e a partire dai guai di Berlusconi) sia pratica politica costante per il Pd e le altre opposizioni da molto tempo in qua. Si può naturalmente discutere (e distinguere) la gravità e la frequenza dei reati contestati e delle vicende giudiziarie alla ribalta, ma la logica e le semplificazioni a volte strumentali sono identiche a quelle che oggi deve fronteggiare il leader Pd. Ed è addirittura possibile, anzi, che dietro la rabbia e l’indignazione del gruppo dirigente democratico ci sia il disappunto per il fatto che le recenti tegole giudiziarie siano arrivate proprio nel momento in cui tegole simili e continue nel tempo avevano di fatto colpito e fiaccato gli avversari politici (non pochi, Pd escluso) fino a far apparire proprio il partito di Bersani come l’unica alternativa al dilagante malcostume.

La domanda alla quale proprio di fronte a vicende così occorrerebbe dare una risposta è se è possibile (oltre che utile, accettabile e civile) andare avanti in questo modo. La pratica dell’occhio per occhio, prevede un seguito: dente per dente. E se i fatti si stanno incaricando di dimostrare come una guerra politica combattuta di sponda con le procure non possa vedere vincitori, la memoria dovrebbe aiutare a ricordare cosa fu Tangentopoli (di cui, pure, tutti ricominciano a parlare): cioè chi vinse, chi perse e che volto aveva il «Cavaliere bianco» che scese in campo per salvare l’Italia...


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