La sfida finale di Pier Luigi

www.ilriformista.it del 27 luglio 2011

Tommaso Labate ( 28 luglio 2011 )

"Retroscena. Il j’accuse di Bersani contro i veleni sul partito: «La macchina del fango non ci intimidisce. Pronti con le querele». Tra Tedesco e Penati, il timore di un nuovo ’93..."

La sfida finale di Pier Luigi


Retroscena. Il j’accuse di Bersani contro i veleni sul partito: «La macchina del fango non ci intimidisce. Pronti con le querele». Tra Tedesco e Penati, il timore di un nuovo ’93.

Al posto della fantomatica scarpa brandita da Krusciov durante un’assemblea Onu del 1960, Bersani sceglie di far roteare l’indice della mano destra. «Abbiam capito». Pausa. «Abbiamo capito».
Doveva essere una conferenza stampa di routine. Un appuntamento per spiegare ai cronisti i dettagli di un’intesa tra il Pd e le Ong italiane, tra l’altro nel giorno in cui il segretario s’era presentato ai lettori del Fatto quotidiano con una risposta a Marco Travaglio sui rapporti con Franco Pronzato e sulla - parole sue - «suggestiva triangolazione Gavio-Bersani-Penati».
E invece, quando i suoi più stretti collaboratori gli hanno segnalato il titolo d’apertura di Libero («Il Pd impone il pizzo anche ai lottizzati»), a corredo di un pezzo di Franco Bechis sui versamenti dei manager pubblici indicati dal suo partito, Pier Luigi Bersani ha cambiato strategia.
«Noi le critiche le accettiamo, le aggressioni no, la calunnia no, il fango no», ha scandito relegando nel dimenticatoio l’oggetto iniziale della conferenza stampa. «Il Pd è totalmente estraneo alle vicende di cui si parla», ha aggiunto allargando lo spettro a tutte le ricostruzioni (giornalistiche e non) spuntate dopo che Filippo Penati è finito sotto inchiesta per le tangenti sull’ex area Falck di Sesto San Giovanni. E ancora, come una furia dal timbro di voce controllato e dai toni durissimi: «Cominceranno a partire le querele e le richieste di danni». Tra l’altro, aggiunge il segretario, «il partito è una proprietà indivisa: i paragoni con la ’ndrangheta (il riferimento è al titolo di Libero, ndr) è un insulto per ciascuno dei suoi componenti».
La citazione della formula con cui Roberto Saviano aveva ribattezzato le campagne giornalistiche mirate alla distruzione di un individuo (dal metodo Boffo in giù) arriva poco più avanti. «Lo dico alla macchina del fango. Se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso», insiste Bersani. «Queste vicende non ci faranno chiudere la bocca», aggiunge. Quindi scandisce: «Abbiam capito». E ripete: «Abbiamo capito».
Il j’accuse del segretario del Pd è corredato da altri elementi. La difesa dell’ex capo della sua segreteria politica, che lasciando la vicepresidenza del consiglio regionale lombardo e gli incarichi di partito «ha compiuto un gesto significativo». E poi l’irritazione (finora rimasta sottotraccia) rispetto al blitz (nella famosa capigruppo c’era Nicola Latorre) che ha consentito l’anticipo del voto in Senato che avrebbe poi salvato Alberto Tedesco dall’arresto, provocando non pochi imbarazzi al Pd: «Credo che in questa vicenda ci siano stati sicuramente degli errori, lo riconosco». Da ultimo un contrattacco rispetto al menù servito dalla stampa: «In questi giorni, a furia di vedere giornali e telegiornali si resta allibiti. Cose da non credere. Il problema siamo noi». Da qui la domanda: «C’è un silenzio tombale su vicende che meriterebbero un’attenzione alta. Come mai non vedo nemmeno un editorialino su Milanese e Tremonti?».
Per comprendere lo sfogo di Bersani bisogna fare qualche passo indietro. Sono settimane, infatti, che il leader del Pd è inquieto. «Qualcuno vuole far fare alla politica il gioco dell’oca. Rispedendoci tutti al ’93», aveva detto giorni fa durante una riunione del gruppo della Camera. Ieri l’altro, nel bel mezzo della segreteria, un nuovo appello, rivolto ai giovani dirigenti democratici: «Ragazzi, io ne ho viste di tutti i colori. Mi raccomando voi: spalle larghe, aspettiamoci di tutto». Perché? Il segretario è convinto che - dopo la vittoria alle amministrative e ai referendum, e soprattutto dopo che tutti i sondaggi sul Pd primo partito - «il vento sia cambiato». Il riferimento, stavolta, non è allo slogan che i suoi spin doctor hanno scelto per salutare i recenti successi elettorali. No. «Vedo in giro delle robe che non mi piacciono affatto. Qualcuno, che evidentemente è alla ricerca di un nuovo Berlusconi per fondare su un nuovo ’94 la Terza Repubblica, vuol farci fuori», ha confidato il leader agli amici più stretti. Neanche nelle conversazioni private il leader del Pd evoca «i poteri forti», cavallo di battaglia del Cavaliere nei momenti di difficoltà. Ma il riferimento - che tiene conto delle polemiche sui costi della politica e sulle imprecisioni «di chi vuole fare di tutta l’erba un fascio» - è a un nemico multiforme. Che ancora non si vede. «Pier Luigi sa che questa è la sua sfida più delicata. Molto più delicata di tre congressi messi insieme», sussurra chi gli sta vicino. Vincerla vuol dire avere a portata di mano tutta la posta in palio, premiership compresa. Perderla, aggiunge la fonte, «significa assistere all’uccisione del Pd». Per questo ieri sera, prima di guadagnare l’uscita dal quartier generale, il segretario ha chiesto al suo staff: «Ragazzi, come vi siete organizzati per le ferie d’agosto? Ho paura che sarà un’estate calda, in cui ci sarà da combattere...»

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