La fiducia smarrita

"La Stampa" del 30 luglio 2011

Michele Brambilla ( 30 luglio 2011 )

"Quella di Giulio Tremonti sembra, a prima vista, solo l’ennesima disavventura di un politico finito nel tritacarne delle inchieste della magistratura e dei mass media. Una situazione che ormai in Italia è routine, a causa dello scontro tra i due «partiti» più attivi nel Paese: il partito cosiddetto giustizialista e il partito cosiddetto garantista...."

La fiducia smarrita


Quella di Giulio Tremonti sembra, a prima vista, solo l’ennesima disavventura di un politico finito nel tritacarne delle inchieste della magistratura e dei mass media. Una situazione che ormai in Italia è routine, a causa dello scontro tra i due «partiti» più attivi nel Paese: il partito cosiddetto giustizialista e il partito cosiddetto garantista. Il primo è animato da una visione ultra giacobina del mondo (prima ancora che della politica) e pretende da ogni essere umano una condizione simile a quella dell’Immacolata Concezione. Il secondo – non facendo mai alcuna distinzione tra peccati veniali e peccati mortali, ad esempio tra una corruzione e un affitto, o tra una tangente e una multa – mira a sostenere la tesi autoassolutoria del «tutti colpevoli e quindi tutti innocenti».

Sia i primi sia secondi hanno interesse a passare ai raggi x ogni minimo aspetto della vita, pubblica e privata, dei rivali. Per questo la «macchina del fango», per usare un’espressione ormai condivisa da destra e sinistra, è sempre in azione. Tuttavia, ci mancherebbe altro se la magistratura – e in diverso modo i cittadini – non potessero e dovessero chiedere conto ai politici della loro condotta, soprattutto quando c’è il sospetto di irregolarità.
E dunque è sacrosanto che anche il ministro dell’Economia sia chiamato a chiarire, come sta cercando di fare in questi giorni.

Fino a questo punto, insomma, il «caso Tremonti» avrebbe tutte le caratteristiche per essere catalogato come l’ennesimo capitolo del tormentone politico giudiziario cominciato nel 1992. Ma dicevamo che questa storia è così «solo a prima vista».

C’è infatti qualcosa di ben più inquietante delle «solite» storie di mazzette o di nero. Nella sua autodifesa Tremonti ha detto una cosa che ci ha lasciati di sale. Nella lettera al Corriere delle sera, nella quale ha cercato di assicurare di aver commesso errori ma non reati, il ministro ha detto che scelse la casa di Milanese per una questione di «privacy»; e nel colloquio con Massimo Giannini di Repubblica ha precisato lasciandosi scappare (facciamo finta che gli sia scappata) la «bomba». Ha detto che se ha preferito pagare di tasca sua un affitto piuttosto che alloggiare alla caserma della Guardia di Finanza, è perché là, dalle Fiamme gialle, non era più tranquillo: «Mi sentivo spiato, controllato, in qualche caso perfino pedinato». Ma da chi, e per conto di chi? Alla magistratura Tremonti aveva parlato di strane «cordate» e riferito di aver ammonito Berlusconi, ai primi di giugno, quasi prevedesse una campagna di stampa contro di lui: «Non accetterò che si usi contro di me il metodo Boffo».

Tremonti sta disperatamente cercando di giustificare la casa messagli a disposizione da Milanese? Oppure davvero alla Guardia di Finanza lo spiavano? Quale che sia la verità, c’è da restarne sconvolti.
Caso uno: Tremonti mente. Vuol dire che abbiamo un ministro che getta ingiustamente discredito su un corpo dello Stato e, indirettamente, sul suo presidente del Consiglio.

Caso due: Tremonti dice la verità. E allora vorrebbe dire che le istituzioni dello Stato sono lacerate da una guerra tra bande, che un ministro non può fidarsi neppure di un corpo di cui, peraltro, egli stesso ha per legge il controllo. Le caserme sono da sempre i luoghi più sicuri per i servitori dello Stato: rifugi per le più alte cariche istituzionali, e dimore dei magistrati in prima linea contro mafia e terrorismo. Certo ciascuno aveva le proprie preferenze: è noto ad esempio che Cossiga preferiva i carabinieri alla polizia. Ma non s’è mai sentito un uomo di governo che paga un affitto di tasca sua perché si sente in pericolo in una caserma.

In entrambi i casi è evidente che è in corso una faida tra istituzioni fatta a suon di colpi bassi. In entrambi i casi è evidente che tutto sia ormai fuori controllo, se un ministro che si sente spiato (o che dice di sentirsi spiato) non è in grado neppure di sostituire i vertici di un corpo che cade sotto la sua competenza. In entrambi i casi è lecito per noi porsi una domanda: ma da chi siamo governati?

Materiale: