Giovani, indignarsi non basta

"La Stampa" del 3 agosto 2011

Abraham B. Yehoshua ( 03 agosto 2011 )

"Sei mesi fa un giovane scrittore mi ha invitato come ospite di un suo laboratorio di scrittura..."

Giovani, indignarsi non basta

Sei mesi fa un giovane scrittore mi ha invitato come ospite di un suo laboratorio di scrittura. Sono arrivato a una casa in uno dei quartieri più eleganti di Tel Aviv il cui bel salone era affollato da una sessantina di giovani scrittori e poeti ansiosi di ricevere suggerimenti da un esperto collega. Prima di rispondere alle domande ho però detto loro: se fossi venuto a parlare della possibilità di riscattare il movimento laburista israeliano ci sarebbero state a malapena 3 o 4 persone ad ascoltarmi.

Mi sono ricordato di questo episodio osservando, stupito e soddisfatto ma anche preoccupato e confuso, le tendopoli sorte in questi giorni in Israele in segno di protesta contro la politica del governo. Una protesta decisa e autentica nella quale già si riconoscono segnali di aggressività da parte di giovani e meno giovani e incentrata, per il momento, su una sensazione di impotenza dinanzi al continuo e insostenibile aumento dei costi delle case e degli affitti. È chiaro tuttavia che dietro a tale protesta si nasconde un disagio più profondo, conseguenza del crescente indebolimento dello stato sociale e dei valori di solidarietà che sono stati per anni il fondamento dello stato ebraico. E nonostante l’economia israeliana abbia resistito bene alla crisi finanziaria globale sono stati i ceti medio bassi della popolazione a sobbarcarsi il fardello di questo successo al prezzo di una crescente difficoltà a sbarcare il lunario e di un divario sempre più ampio tra le classi sociali.

Ma questa protesta spontanea potrà trasformarsi in una presa di posizione politica e ideologica tale da garantire risultati a lungo termine in parlamento e una svolta nella linea politica dell’attuale governo? Oppure resterà una contestazione un po’ infantile, ricca di espedienti e di creatività mediatica che si esaurirà da sé, o in seguito a qualche rassicurante promessa di riforma, reale o immaginaria, già fatta dal governo Netanyahu?

Dopo tutto Israele non è la Siria o l’Egitto, nazioni prive di infrastrutture politiche e ideologiche in grado di incanalare le proteste o la «rivoluzione» democratica in atto. Israele non ha bisogno di Piazze Tahrir né di manifestazioni violente nelle principali città. Qui abbiamo partiti politici con lunghi anni di esperienza e i membri del partito laburista, di quello comunista arabo-israeliano e del Meretz alla Knesset, persone competenti e affidabili, conoscono bene i problemi sociali del Paese e già da molti anni parlano del crescente divario fra le classi e del fatto che, anche se il tasso di disoccupazione non è alto rispetto ad altri Paesi occidentali, molti lavoratori si trovano al di sotto della soglia di povertà. Tali rappresentanti propongono serie soluzioni economiche per alleviare il crescente malessere e costruiscono modelli ideologici su come mantenere lo stato sociale senza precipitare in un deficit finanziario come quello della Grecia o della Spagna. Purtroppo gli organizzatori della protesta delle tendopoli e altri cittadini in difficoltà non supportano pienamente la sinistra democratica e sono ancora indecisi se impegnarsi in un’attività politica in vista delle future elezioni. E mentre decine di migliaia di persone sfilano in cortei nelle strade delle grandi città solo poche decine sono disposte a presenziare ai raduni dei candidati del partito laburista in corsa per la leadership.

Per quale motivo? Non c’è dubbio che il tradimento del presidente Shimon Peres e del ministro della Difesa Ehud Barak, ex leader del Labour, che hanno spinto il partito a perseguire una politica sociale di destra e che poi, per opportunismo politico, lo hanno abbandonato unendosi alle fazioni di Sharon e Netanyahu, hanno danneggiato la reputazione del movimento socialdemocratico lasciandolo lacerato e impoverito. Ma ora che questo movimento cerca il riscatto grazie a leader seri, giovani o anziani, non potrà ricostruire una vera forza politica senza il sostegno dei ceti meno abbienti e senza l’entusiasmo di ragazzi che, usciti dall’apatia, hanno deciso di protestare coraggiosamente contro il governo.

Talvolta è la ricca e vivace vita culturale israeliana a prendere il posto di un’attività politica organizzata e pure le comunicazioni via Internet e la rete sociale Facebook creano un clima di beato narcisismo che non sprona la gente a recarsi a votare nel giorno delle elezioni. La destra israeliana è forte, ben organizzata e gode del sostegno incondizionato dei partiti religiosi che beneficiano di generosi sussidi, sia negli insediamenti illegali dei territori occupati sia nelle roccaforti dei centri di studio religiosi. E infatti non ci sono molti religiosi osservanti nelle tendopoli sorte nelle varie città. Se perciò i giovani organizzatori dell’attuale protesta non vogliono che il loro movimento rimanga un episodio isolato dovranno impegnarsi a portare avanti un grigio e costante lavoro politico per rivitalizzare il movimento socialdemocratico che ha dato ottimi risultati nel periodo della creazione di Israele e nel suo governo per lunghi anni. È vero, l’attività politica può essere sfibrante, frustrante e riservare non poche delusioni. Ma chi pensa di poter rimanere in disparte ed evitare di sporcarsi le mani lascerà il campo ad altri che porteranno avanti una politica di tipo diverso e si ritroverà in una tenda stretta e soffocante come parte di una protesta forse di tutto rispetto ma inefficace.


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