Il piazzista

www.ilriformista.it del 4 agosto 2011

Alessandro De Angelis ( 05 agosto 2011 )

"Show. Berlusconi ignora la crisi: «Le Borse sono un orologio rotto», «i mercati reagiscono per ragioni proprie». E poi parla d’altro: «Fini aveva un patto con i giudici per farmi fuori. Ora la riforma della giustizia», «siamo credibili perché sono un tycoon»..."

Il piazzista


Show. Berlusconi ignora la crisi: «Le Borse sono un orologio rotto», «i mercati reagiscono per ragioni proprie». E poi parla d’altro: «Fini aveva un patto con i giudici per farmi fuori. Ora la riforma della giustizia», «siamo credibili perché sono un tycoon».

Pare l’orchestra del Titanic che suona proprio di fronte all’iceberg. Ormai Silvio Berlusconi parla, intona lo spartito dell’ottimismo, senza freni e senza idee, quasi incurante del disastro attorno. Quasi sordo ai segnali di allarme. Che arrivano da ogni parte.
Esce trionfante dall’incontro con le parti sociali, aria da statista che neanche Ciampi nel ’93. Ma le parole di Emma Marcegaglia lasciano intendere che invece è l’ora delle scialuppe. Poche ore dopo il premier si abbandona in conferenza stampa a frasi epocali: «Le Borse sono un orologio rotto», «i mercati reagiscono per ragioni proprie». E, in tempo reale, il presidente della banca europea Trichet invoca, pure lui, le scialuppe: «L’Italia si sbrighi, servono riforme strutturali».
Berlusconi, invece, continua a concentrarsi più sull’orchestra che sull’iceberg. Emma Marcegaglia pare una sfinge durante l’incontro mattutino col governo. Sul telefonino arrivano i dati di Piazza Affari. Di fronte a lei, il Cavaliere quasi non parla del crollo delle borse: «La verità - dice - è che il governo non ha poteri. Colpa dell’architettura istituzionale che hanno pensato i padri costituenti dopo il fascismo. L’ho detto anche a Emma: vieni qui tu al posto mio e vedi se riesci a fare qualcosa. Qui non si può fare nulla, e ogni volta che produciamo un cavallo purosangue il parlamento lo trasforma in un ippopotamo». Susanna Camusso chiede aiuto alla mano per tenere la testa che avrebbe sbattuto contro il muro, per disperazione. Il Cavaliere, baldanzoso, prosegue la sua analisi: «È così, il governo e il parlamento lavorano, ma poi la Corte costituzionale formata da giudici di sinistra boccia le nostre leggi». L’imbarazzo in sala è inversamente proporzionale agli indici di Piazza Affari. Meglio ingannare il tempo in altro modo. Sacconi prende appunti freneticamente per scaricare la tensione. Giulio Tremonti fissa un punto nel vuoto, immobile come una statua.
Lo sfogo del premier non è nuovo, nuovo è il contesto in cui lo pronuncia, con tono da oracolo: «La verità, signori miei, è che in questo paese la sovranità non appartiene al popolo ma alle correnti politicizzate della magistratura e alla Corte costituzionale. Il paese è bloccato. Per questo faremo la riforma epocale della giustizia e quella dell’architettura istituzionale». Attorno, ognuno inganna il tempo come può. Il premier è inarrestabile nel recitare il suo spartito, con vista iceberg: «Per due anni non siamo riusciti a governare per colpa di Fini. Aveva un patto con i pm per farmi fuori. Ora la riforma della giustizia la faremo davvero e pure quella delle intercettazioni». E poco importa che il giorno prima alla Camera si era rivolto a Fini con toni amichevoli. Tanto che a fine seduta, mentre Letta lo aspettava per correre al Senato, il premier gli ha risposto: «Aspettiamo che finisce di leggere il verbale, che devo salutare Gianfranco». Per poi salire nello stupore di tutti sullo scanno più alto di Montecitorio per parlarci qualche minuto.
E poco importa pure che c’è la crisi. Il Cavaliere assicura che il governo ha operato bene, recita a memoria di fronte alle parti sociali qualche passaggio del discorso alla Camera, per chi il giorno prima non si fosse sintonizzato. E ricorda a tutti la solidità e la credibilità del paese: «La nostra affidabilità internazionale è data dal fatto che a capo del governo c’è un tycoon. Non è mica possibile che uno come me, partito da zero e arrivato ad avere 56mila collaboratori, si sia improvvisamente rincoglionito. Se poi certe cose non le riesco a fare la responsabilità è del sistema paese. Non ho mica la bacchetta magica».
Insomma, la nave va. Parola di tycoon. Che in conferenza stampa, poi, straripa: «La Borsa ha una sua vita assoluta scostata da quella che è la realtà economica. Sono imprenditore, ho collocato le mie aziende in Borsa e in questo momento se avessi risparmi importanti da parte li investirei prepotentemente nelle mie aziende. L’immagine del paese che viene data dai mass media sullo stato dell’economia è molto più negativa della situazione reale». Già, colpa degli altri. I mercati non capiscono, tanto che ha rinunciato a parlarci: «Il mio discorso alle Camere non era rivolto alle Borse, era rivolto ai cittadini, agli italiani. Le Borse sono come un orologio rotto». Il patto per la crescita, poi, si farà. Il premier racconta ai cronisti che mai ha registrato un clima di concordia come quello di ieri mattina: «C’è stata una grande voglia di collaborazione e un grande apprezzamento nei confronti del governo». Lo show continua anche a discapito di Giulio Tremonti. Il gelo tra i due è visibile. Diventa tangibile quando il ministro dell’Economia prende la parola. E spiega di aver «avviato contatti con le principali istituzioni economiche e finanziarie internazionali per un programma di proposte comuni, Commissione Europea, Ocse, Fmi». Berlusconi lo interrompe: «Anche la Bce...», dice. Insofferente Tremonti: «Credo sia molto importante ma non coinvolgibile». Il tycoon non lascia cadere: «Ma è informabile...». Perché evidentemente pure Trichet non ha capito che va tutto bene.

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