Più coraggio per cambiare davvero

"La Stampa" del 6 agosto 2011

Mario Deaglio ( 06 agosto 2011 )

"Il mercato, dopo tutto, qualche merito ce l’ha: ha costretto un Paese come l’Italia, fino a pochi giorni fa immerso in una compiaciuta miopia, a fare i conti con se stesso...."

Più coraggio per cambiare davvero


Il mercato, dopo tutto, qualche merito ce l’ha: ha costretto un Paese come l’Italia, fino a pochi giorni fa immerso in una compiaciuta miopia, a fare i conti con se stesso. E un presidente del Consiglio che ha ripetutamente negato prima l’esistenza e poi la gravità della crisi a venire, almeno parzialmente, a patti con la realtà. Un paio di giorni dopo le dichiarazioni alle Camere, in cui rivendicava alle Camere stesse, invece che ai mercati, il diritto di fare politica economica - un concetto ribadito con forza dal nuovo segretario del Popolo della Libertà - si è deciso a delineare un programma di politica economica la cui urgenza dipende esattamente dalla necessità di compiacere i mercati. Ne è scaturita una conferenza stampa che vuole delineare, se non un vero e proprio programma, almeno una serie di indirizzi, con spunti di interesse sul piano dei principi ma di efficacia limitata per quanto riguarda il lato operativo, l’effettivo potere di cambiare le cose. Il tutto è avvenuto nello stesso giorno in cui sia il Presidente degli Stati Uniti sia il commissario europeo agli Affari economici e monetari sono intervenuti in maniera analoga, ossia con una concretezza piuttosto limitata.

E questo mal comune dell’inefficacia può essere di qualche consolazione per un Paese additato come la pecora nera che si accorge di essere soltanto color grigio scuro. La nuova concretezza berlusconiana non può dirsi veramente concreta. Essa consiste nell’anticipo di un anno delle misure già prese, un provvedimento che probabilmente il ministro dell’Economia, e sicuramente i mercati, avevano già messo in conto da tempo. Per il resto sono state rimandate al Parlamento le tre deleghe su cui dovrebbero articolarsi le strutture portanti dell’Italia economica del futuro, ossia quella fiscale, quella assistenziale e quella del mercato del lavoro. Dati la complessità dell’argomento e l’intrico degli interessi delle parti sociali, la messa a punto di questi provvedimenti non si preannuncia breve e deve essere considerata soprattutto come una, peraltro lodevole, dichiarazione di intenzioni. Sul piano dei principi, il tutto è stato «condito» dalla prospettiva di una riforma costituzionale che vada nel senso dell’ampliamento delle libertà economiche e obblighi al pareggio del bilancio pubblico, anch’essa tutta da valutare per quanto riguarda la possibilità di effetti concreti in tempi necessariamente medi. I mercati dovranno essere convinti che la strategia di un cambiamento costituzionale e la strategia delle deleghe non sono semplicemente espedienti per mascherare le profonde divisioni su questi argomenti all’interno della stessa maggioranza. Curiosamente, l’elemento davvero concreto nelle dichiarazioni riguarda un fatto internazionale, ossia l’annuncio della prossima convocazione di un G7, che tocca al Presidente francese in quanto la Francia ha la guida, nell’attuale semestre, di quest’organizzazione informale dei maggiori Paesi ricchi.

Di qui potrebbero scaturire nuove normative sui mercati internazionali, che rappresentano l’elemento veramente carente nella crisi attuale. Occorre infatti francamente riconoscere l’attuale condizione di inferiorità degli Stati sovrani, specie se indebitati, nei confronti del grande mercato finanziario globale. Questa condizione oggi fa del male all’Italia, ma potrebbe farne a quasi tutte quelle che una volta si chiamavano «grandi potenze» economiche e non ci si dovrebbe troppo stupire se, passata la buriana in Italia, sotto attacco finisse la Francia. L’uscita «vera» dalla crisi a differenza del «rimbalzo» con cui l’Occidente si è illuso per oltre un anno di essere sulla strada giusta - deve pertanto avere due facce: quella di innovazioni profonde nel modo di funzionare dell’economia e quella, parallela, di innovazioni profonde nel funzionamento dei mercati finanziari. Potrebbero essere temporaneamente limitati alcuni meccanismi di questi mercati che consentono di «scommettere» contro un titolo somme molto ingenti senza esserne in possesso, ossia vendendo allo scoperto ciò che non si possiede nella speranza di ricomprarlo a prezzo più basso dopo qualche giorno o qualche settimana; lo ha fatto la Germania nel maggio 2010 e quest’esperienza andrebbe studiata con cura. E’ un peccato che questa dimensione mancasse nelle dichiarazioni del presidente del Consiglio. In pratica oggi si chiede all’economia di adeguarsi ai mercati, giudici apparentemente unici di efficienza I mercati stessi dovrebbero essere posti sotto la lente d’ingrandimento di un’istituzione che abbia il potere di limitarne la funzionalità quando questa risulti manifestamente anomala.

In caso di anomalia potrebbero scattare limiti oggettivi riguardanti certi tipi di operazioni. Qualche decennio fa si affermava che il salario era «la sola variabile indipendente», ossia che tutte le grandezze dell’economia dovevano adeguarsi alle esigenze di crescita dei consumi dei lavoratori, specie se lavoravano «sotto padrone». Oggi si verifica nei fatti qualcosa di quasi esattamente opposto, ossia che la sola variabile indipendente è rappresentata dai mercati finanziari ai quali tutti si devono adeguare senza veramente discutere. Una riforma di questi mercati - che pure hanno i meriti di cui si è detto sopra - appare sempre più come una condizione necessaria per uscire davvero dalla crisi. E’ un peccato che nessun capo di Stato o di governo, compreso quello italiano, paia veramente muoversi in questa direzione.

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