Bene ma non basta

"Corriere della Sera" del 6 agosto 2011

Sergio Romano ( 06 agosto 2011 )

"Basta dare un'occhiata ai listini di Borsa e alle prime pagine della stampa internazionale per capire che questa crisi non è nazionale...."


Bene ma non basta


Basta dare un'occhiata ai listini di Borsa e alle prime pagine della stampa internazionale per capire che questa crisi non è nazionale. Se l'accordo sul debito americano, faticosamente raggiunto dopo un duro braccio di ferro sull'orlo dell'abisso, non è riuscito a spegnere la febbre dei mercati, è difficile immaginare che la risposta di un singolo Stato basti da sola ad arrestare l'ondata della speculazione.

Ma queste riflessioni non autorizzano alcun Paese, e tanto meno l'Italia, a trincerarsi dietro il fatalismo e le considerazioni tranquillizzanti che sembravano caratterizzare nei giorni scorsi la posizione del governo e in particolare del presidente del Consiglio. Siamo tutti felici che i nostri «fondamentali» siano in ordine. Ma i capitali e il risparmio delle famiglie (a meno che non si voglia tassarli) non riducono l'ammontare degli interessi che il Tesoro deve pagare ai proprietari delle nostre obbligazioni. È utile quindi che il governo, forse spinto anche dal timore di uscire dal radar dell'Unione Europea (i colloqui anglo-franco-spagnoli sembravano preannunciare questo rischio), abbia deciso di fare subito alcune delle cose che erano destinate ad attendere la fine dell'estate o, peggio, la fine della legislatura. Sono provvedimenti utili (in particolare il pareggio del bilancio entro il 2013). Ma non basta fermarsi alle misure annunciate. Vi sono almeno due motivi per cui il governo ha l'obbligo morale e l'interesse politico ad agire rapidamente, anche su altri fronti.


In primo luogo i mercati, anche quando agiscono irrazionalmente, tengono ai loro denari, scelgono le vittime con una certa accortezza e rinunciano a colpire coloro che danno prova di maggiore serietà. Vi sono provvedimenti che riducono solo marginalmente l'ammontare del debito, ma hanno un forte valore simbolico. Se la classe politica, tanto per fare qualche esempio, avesse decurtato sensibilmente i propri benefici, rinunciato all'indecorosa pretesa dei rimborsi elettorali, e messo subito le aziende municipalizzate di fronte all'obbligo morale di tagliare le prebende dei propri consiglieri, i sacrifici chiesti alla grande massa degli italiani sarebbero stati più facilmente accettati; e i mercati avrebbero capito già da qualche settimana che il rischio delle loro scommesse sarebbe stato maggiore.
In secondo luogo un governo liberale (come questo ama descriversi) ha interesse a trattare la crisi come un'occasione da cogliere e da sfruttare. Sappiamo perché la politica italiana prometta riforme (dalla soppressione delle Province alla lotta contro gli sprechi della pubblica amministrazione) che non riesce a realizzare. Conosciamo la resistenza delle lobby, delle corporazioni, delle baronie, delle clientele, tutte pronte a dare battaglia per non perdere nulla di ciò che hanno indebitamente conquistato.


Sappiamo che non vi è partito insensibile ai propri immediati interessi elettorali. E sappiamo infine che molte riforme, necessarie al nostro futuro, non sarebbero mai state fatte se non ci fossero state imposte dall'Europa. Ebbene, in questo Paese del «particulare», delle rendite di posizione e dei diritti intoccabili, la crisi può diventare un'occasione straordinaria. Se affrontata con una lucida strategia politica e sostenuta da un solido accordo con le parti sociali, può servire a rimuovere i blocchi stradali che ostruiscono il cammino del merito e della concorrenza, può rendere il Paese più attraente per gli investimenti stranieri, può dare all'Italia la scossa di cui ha bisogno per ricominciare a crescere.



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