L'ultimo argine

"La Stampa" del 10 agosto 2011

Stefano Lepri ( 10 agosto 2011 )

"Quattro anni e un giorno da quando la crisi cominciò, e ci siamo ancora in mezzo. Che cosa abbiamo sbagliato? Ha scosso le Borse di tutto il pianeta il timore di una nuova recessione, quando è ancora freschissimo (e avvertibile nei nostri portafogli) il ricordo di quella del 2009, seguita al crack della Lehman Brothers...."

L'ultimo argine



Quattro anni e un giorno da quando la crisi cominciò, e ci siamo ancora in mezzo. Che cosa abbiamo sbagliato? Ha scosso le Borse di tutto il pianeta il timore di una nuova recessione, quando è ancora freschissimo (e avvertibile nei nostri portafogli) il ricordo di quella del 2009, seguita al crack della Lehman Brothers.

Improbabile che si ripeta un evento così grave; però tutte le debolezze della tanto vantata ripresa vengono allo scoperto. Due anni fa, l’economia mondiale fu risollevata dall’intervento dei poteri pubblici, Stati e banche centrali; oggi domina la sfiducia nella leadership dei governi, oltre che nel debito degli Stati.

Ancor peggio, tutte le opzioni aperte oggi davanti ai poteri pubblici sembrano comportare effetti collaterali negativi. Se l’ascesa del debito non viene fermata, i mercati finanziari accelereranno il collasso. Se la si ferma con troppa energia, si causerà nell’economia reale una nuova pesante recessione. Se si cercherà il difficile equilibrio tra le ragioni della crescita e quelle del calo del debito, ogni esitazione, ogni aggiustamento di rotta, ogni possibile passo falso, saranno esasperati dai mercati finanziari, con il rischio che chi produce resti a lungo incerto sulle prospettive.

Forse agli Stati si era chiesto troppo. Dalle crisi finanziarie ci vogliono molti anni per uscire, ripete Kenneth Rogoff, economista di Harvard che ne ha studiato la storia. Più ancora, l’azione dei poteri pubblici, partita bene nel 2009, si è inceppata per strada. Dentro il G20 hanno prevalso gli egoismi di bandiera: la Cina ha bloccato ogni aggiustamento degli squilibri di fondo dell’economia globale. In Europa, la carenza di solidarietà fra Paesi ha prodotto a ogni nuovo vertice decisioni che sarebbero state adeguate ed efficaci mesi prima. Ma forse a impressionare di più è la rottura di solidarietà sociale che paralizza la politica americana: perché gli Stati Uniti riassumono nelle propria inclusiva diversità interna un’ampia parte dei problemi mondiali.

L’economia Usa conserva solidissimi punti d’appoggio. Il downgrade del debito pubblico ha prodotto sconquassi ovunque, tranne dove avrebbe dovuto: i titoli del Tesoro Usa continuano a fruttare gli stessi interessi di prima, ovvero quasi nulla al netto dell’inflazione: tutto il mondo continua a comprarli. In più, le grandi imprese americane hanno le casse piene di soldi; esitano a investirli perché non sanno che cosa attendersi.

Le risorse perché la produzione non si fermi ci sono. Sono distribuite male. Ma non è solo l’impotenza dei poteri pubblici a rendere arduo ricollocarle. E’ anche la finanza a non svolgere più il suo ruolo, spostare i soldi da dove non servono a dove servono. Cresciuta a proporzioni mostruose, sembra rendere più difficile lo scambio delle merci invece di facilitarlo, distorcendone i prezzi sempre più lontano dal rapporto fra vera domanda e vera offerta.

Chi può essere capace di mettere ordine in questo caos? Nel 2009 un grosso contributo alla ripresa mondiale lo dettero la Cina prima, gli altri Paesi emergenti poi. Ma il governo di Pechino, che mentre ostacolava il G20 non è nemmeno riuscito a risolvere i suoi problemi interni, ora teme l’inflazione, è esposto a uno scoppio della bolla immobiliare, intralciato forse da debiti sommersi; siede sul suo tesoro di tremila miliardi di dollari senza sapere bene che farne. Gli altri Paesi emergenti più del contributo che hanno già dato è difficile che possano offrire.

Tra debolezza della politica e forza cieca della finanza resta solo da sperare nel residuo potere delle banche centrali: la Federal Reserve americana capace di continuare a stampare dollari (con i «tassi bassi fino al 2013» annunciati ieri sera) e la Banca centrale europea che si batte per tenere solido e intatto l’euro. Non basterà a ravvivare la crescita, potrà bastare ad evitare una recessione.


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