Se la torta è indigesta

www.ilriformista.it del 9 agosto 2011

Michele Magno ( 10 agosto 2011 )

"Nella torta che sta confezionando la premiata pasticceria Berlusconi & Soci bisogna distinguere tra crosta e ingredienti..."

Se la torta è indigesta


Nella torta che sta confezionando la premiata pasticceria Berlusconi & Soci bisogna distinguere tra crosta e ingredienti.

La crosta è formata dalla riforma annunciata di un paio di articoli della Costituzione, per rendere più cogente il pareggio di bilancio e, al contrario, per rendere meno vincolata la libertà di intraprendere. Ad essa si aggiunge la prevista revisione dello Statuto dei lavoratori, che - tra qualche regalo alla Fiat e qualche stoccata alla disciplina dei licenziamenti - viene esibita come l’ingresso trionfale della modernità nelle relazioni industriali e nella gestione del mercato del lavoro.
Se anche non va sottovalutata la portata simbolica e pratica di questi provvedimenti, restano pur sempre marginali e periferici rispetto a una manovra finanziaria destinata a cambiare la vita di molti italiani. Quando saranno noti in dettaglio i suoi ingredienti, appunto, capiremo se siamo di fronte a una vera e propria “macelleria sociale”. Personalmente, non ho simpatia per certe espressioni roboanti che ormai fanno parte del lessico quotidiano della propaganda politica. Ma una questione va posta con forza.
La questione è non quanto si deve pagare per mettere i conti pubblici in ordine, ma chi paga e come si paga. In altre parole, il metro di giudizio fondamentale non può che essere quello dell’equità sociale. Se il peso più gravoso della manovra viene caricato sulle spalle delle famiglie numerose, dei meno abbienti e di chi corre sul filo della povertà, come sembra, quello straccio di welfare che c’è in Italia non viene ulteriormente
ridimensionato: viene abbattuto. Sia chiaro, la nostra spesa assistenziale è un nido di sprechi e di comportamenti illegali o amorali. Ben venga, quindi, un po’ di pulizia. Così come un innalzamento dai tempi più serrati dell’età di pensionamento per le donne nel settore privato non è una bestemmia classista. Ma se gli ingredienti sono solo questi e di questa natura, per restare all’immagine iniziale, la torta è indigeribile. Perché manca il suo ingrediente essenziale.Tralasciamo pure per un momento(ma solo per un
momento) la caparbia con cui il ceto politico difende i propri privilegi e le proprie prebende. La domanda è di quelle semplici: se la nazione intera è chiamata a fare sacrifici, quali sono quelli della sua parte più ricca? E non dovrebbe comunque valere anche in questo caso un criterio di progressività fiscale nel reperimento delle risorse necessarie a ridurre il debito?
Se un’azienda sta per portare i libri in tribunale, può evitare il fallimento in due modi: o vendendo i gioielli di famiglia, o con un aumento di capitale. I gioielli di famiglia dell’azienda Italia(le imprese pubbliche), se venduti oggi, non darebbero un granché. Resta l’ aumento di
capitale: in prospettiva una crescita più sostenuta, nell’immediato qualche forma di imposta patrimoniale o di contribuzione di solidarietà generale, magari legata all’acquisto di titoli statali a basso rendimento. Altre idee,ovviamente,si possono mettere in campo. Ma il loro valore è legato alla volontà di far rientrare nel discorso pubblico un tema che sta sparendo:
quello di una redistribuzione della ricchezza non solo come strumento di una società più giusta, ma come leva di un aumento della stessa domanda di consumi e di investimenti. Non è certo nelle corde di questo governo,però, mettere le mani nelle tasche di chi più ha. Dovrebbe essere in quelle dell’opposizione, ma non credo che Casini gradirebbe. Anche questo è un problema.

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