Sì ai sacrifici se aiutano la crescita

"La Stampa" dell'11 agosto 2011

Mario Deaglio ( 11 agosto 2011 )

"Poche ore prima che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, giungesse a Roma per presiedere l’incontro governo-parti sociali, il presidente francese, Nicholas Sarkozy era volato a Parigi per presiedere una riunione di emergenza convocata a seguito di voci sulla possibilità di un declassamento del debito pubblico francese e in Germania un sondaggio tra parlamentari rivelava che il cancelliere Angela Merkel non avrebbe più l’appoggio della propria maggioranza nel sostenere i titoli sovrani dei Paesi deboli della zona euro...."

Sì ai sacrifici se aiutano la crescita


Poche ore prima che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, giungesse a Roma per presiedere l’incontro governo-parti sociali, il presidente francese, Nicholas Sarkozy era volato a Parigi per presiedere una riunione di emergenza convocata a seguito di voci sulla possibilità di un declassamento del debito pubblico francese e in Germania un sondaggio tra parlamentari rivelava che il cancelliere Angela Merkel non avrebbe più l’appoggio della propria maggioranza nel sostenere i titoli sovrani dei Paesi deboli della zona euro. Il presidente americano Obama veniva di fatto lasciato solo anche dalla banca centrale degli Stati Uniti che, annunciando due anni di tassi invariati a un livello prossimo a zero, scaricava sul governo degli Stati Uniti tutta la responsabilità della manovra economica. E i mezzi di informazione non lesinavano più la parola «panico» per descrivere l’andamento complessivo delle Borse.

Quando il «panico» scalda le notizie, il pericolo maggiore che corrono i governi è quello di non mantenere la mente fredda e di pensare solo a misure restrittive da gettare in pasto alle agenzie di rating al fine di raddrizzare per qualche ora o qualche giorno gli andamenti dei mercati. Se, cedendo al panico, tutti i governi europei varassero soltanto provvedimenti restrittivi, la recessione mondiale sarebbe assicurata, ne sarebbero coinvolti anche i dinamici Paesi emergenti che finora hanno tenuto in vita la crescita globale. Per evitare una simile prospettiva, le manovre europee di emergenza che si stanno preannunciando dovranno non solo ridurre fortemente deficit e debiti pubblici ma anche gettare le basi per il rilancio delle economie. E questo lo deve fare in particolare la manovra italiana, che sarà decisa con un decreto al termine del Consiglio straordinario dei ministri previsto per il 18 di agosto, perché all’Italia non basta ritrovare la risicata crescita economica del periodo precedente la crisi, rivelatasi appena sufficiente per mantenere a galla il Paese.

I futuri inasprimenti fiscali e la futura riduzione della spesa pubblica non devono quindi soltanto curare deficit e debito: una parte dovrà essere dedicata a far ripartire il motore economico inceppato. A titolo di esempio, di fronte a un miglioramento, derivante da nuovo gettito e minori spese, per un totale di 100, occorrerà che il governo «restituisca» all’economia una quota del miglioramento stesso, diciamo 30-40, e lo faccia secondo modalità tali da combattere le tendenze recessive. Per conseguenza, una manovra restrittivaespansiva deve essere di maggiore ampiezza di una manovra soltanto restrittiva e proprio per questo, e solo per questo, nell’ottica di una prospettiva di sviluppo futuro, ha senso chiedere che le parti sociali sopportino sacrifici straordinari. In questo senso è corretto parlare, come ha fatto il ministro Tremonti, di una «ristrutturazione» della manovra ancora fresca di stampa ma occorre non aver paura di pensare in grande.

L’espansione, infatti, non si può ottenere semplicemente cambiando le regole, facendo quelle generiche «riforme che non costano» e che danno maggiore libertà alle imprese. Una parte del miglioramento fiscale da ottenersi con la manovra dovrà essere utilizzata per ridurre alcune aliquote dell’Irpef e dell’Irpeg, oppure per finanziare direttamente - con tempi rapidi, da garantire con normative d’urgenza - importanti opere infrastrutturali. Alla restrizione, fino all’annullamento, del deficit si dovrà accompagnare la ridistribuzione da alcuni tipi di redditi - a cominciare da quelli sommersi - ad altri tipi di redditi. Per evitare il collasso dei consumi occorrerà una ridistribuzione alle fasce dei redditi più bassi (a cominciare dagli oltre 400 mila giovani che, secondo un’indagine resa nota ieri, hanno perso il lavoro nel 2010) per rilanciare gli investimenti occorrerà spostare risorse da impieghi poco efficienti a impieghi più efficienti.

Pare purtroppo che l’attenzione generale si concentri più sulla parte restrittiva che sulla parte espansiva. In realtà, solo nella prospettiva di una svolta per il Paese ha senso chiedere un contributo eccezionale a tutti, a cominciare da una classe politica caratterizzata da privilegi economici di tale portata - come quelli sulle liquidazioni messi in luce ieri da questo giornale - da suscitare un’ondata generale di sdegno che rischia di minare le radici della democrazia. L’eccezionalità della situazione fa sì che nessuno possa chiamarsi fuori. Se si comincia con premesse come «le pensioni (future) non si toccano» oppure «la patrimoniale non si può fare», allora è inutile che governo e parti sociali si siedano al tavolo. In realtà, tutti devono sedersi al tavolo con offerte e non con richieste, nell’ambito di un ridisegno complessivo che tenga conto non soltanto dell’emergenza e dei vincoli internazionali ma anche di prospettive di più lungo termine.

In quest’ottica, variazioni nei meccanismi in vigore per determinare le pensioni dei futuri pensionati e misure fiscali straordinarie di tipo patrimoniale possono rappresentare i due poli dell’azione necessaria per raddrizzare una barca pericolante. Necessaria, è doveroso dirlo, ma non sufficiente: il ritorno a condizioni fisiologiche di crescita dipenderà non solo da quanto farà l’Italia ma anche dall’intera evoluzione mondiale.


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