Il voto cattolico

editoriale tratto da Aggiornamenti Sociali

Padre Sorge ( 01 aprile 2008 )

Quì di seguito l'editoriale del n.4 di aprile 2008 di padre Sorge, il direttore della rivista dei gesuiti del centro S. Fedele di Milano, Aggiornamenti Sociali

Editoriale – n. 4 aprile 2008 Aggiornamenti Sociali


Il «voto cattolico»
di Padre Bartolomeo Sorge SJ . Direttore di Aggiornamenti Sociali

In Italia si continua a parlare di «voto cattolico». Occorre dire che si tratta di una terminologia del tutto impropria. Infatti, andare a votare è un dovere laico, come laici sono lo Stato, i partiti e la politica. Ciò detto, è chiaro che i cattolici nell'adempiere il loro dovere civico hanno un contributo proprio da offrire: quel personalismo comunitario ispirato ai valori cristiani che va tradotto in proposte politiche laiche e condivisibili da tutti, da ricercare insieme attraverso il dialogo e secondo le regole democratiche. È quindi sbagliato contrapporre «cattolici» e «laici» in politica, dove non ha senso il confronto confessionale.
In occasione delle prossime elezioni del 13-14 aprile, la questione del «voto cattolico» è tornata alla ribalta soprattutto per due ragioni: la prima, perché in Italia (per la prima volta dopo 15 anni) ci stiamo scrollando di dosso quel «bipolarismo ingessato» che obbligava ad allearsi per forza o con un centro-destra «nazional-populista» o con un centro-sinistra condizionato dalla «sinistra radicale» e che concedeva ai piccoli partiti un peso sproporzionato e un assurdo potere di ricatto; la seconda, perché il dibattito politico oggi tocca alcuni temi etici fondamentali - non «confessionali», ma civili e laici -, ai quali i cattolici sono molto sensibili. Ecco perché, in queste elezioni, il discorso sul «voto cattolico» è tornato di attualità, proprio quando molti cattolici sono più incerti e confusi, di fronte a un quadro politico mutato. Per aiutare a fare un po' di chiarezza, può essere utile richiamare: 1) come è cambiata negli ultimi decenni la questione del «voto cattolico»; 2) le novità del quadro politico che oggi interpellano il «voto cattolico»; 3) i criteri da seguire affinché esso sia coerente e consapevole.
1. Come è cambiata la questione del «voto cattolico»
Quando si parla di «voto cattolico», il pensiero va spontaneamente all'esperienza dell'unità partitica dei cattolici nella DC. In quella prima fase i cattolici dovettero confrontarsi con programmi e partiti, ognuno dei quali ostentava una determinata identità ideologica. Perciò, furono praticamente obbligati a organizzarsi essi stessi in un partito ideologico di chiara identità cristiana per fronteggiare il «pericolo comunista» e per ristabilire - insieme con gli appartenenti ad altre identità politiche - la democrazia in Italia, dopo il ventennio fascista.


Gli storici oggi riconoscono unanimemente che il «voto cattolico» fu determinante per la ricostruzione materiale e morale del Paese. Quella prima esperienza rimane, dunque, una prova convincente che è possibile, nella fedeltà di ciascuno alla propria identità, elaborare e attuare insieme - «cattolici» e «laici» - un progetto politico coraggioso e fecondo.
Dopo alti e bassi, la svolta decisiva si ebbe nel 1992, quando la caduta delle ideologie (simboleggiata dal crollo del Muro di Berlino nel 1989) e l'uragano Mani pulite fecero implodere la DC, provocando la diaspora politica dei cattolici. L'eredità democristiana si disperse, con alterne vicende, in cinque rivoli differenti (i cosiddetti «cespugli»), corrispondenti - più o meno - alle correnti interne del vecchio partito: oltre ai Popolari (PPI) di Mino Martinazzoli, eredi diretti del cattolicesimo democratico, nacquero i Cristiano-sociali di Ermanno Gorrieri, il Centro Cristiano Democratico (CCD) di Pier Ferdinando Casini, il movimento dei Cristiani Democratici Uniti (CDU) di Rocco Buttiglione, l'Unione Democratica per l'Europa (UDEUR) di Clemente Mastella. Tuttavia, la massa maggiore del «voto cattolico» approdò a lidi diversi, distribuendosi fra tutti i partiti. Da allora in poi il pluralismo politico divenne la condizione normale anche per i cattolici italiani.
L'introduzione del sistema maggioritario uninominale segnò il passaggio alla terza fase del «voto cattolico». Infatti, con il referendum del 1993, il Paese si avviò verso una forma di bipolarismo che avrebbe reso stagnante la vita politica italiana per tre Legislature. Non mancarono, certo, i tentativi di ricostituire il vecchio Centro, ma fallirono uno dopo l'altro: così, nel 1994, abortì il «Centro Popolare» di Mino Martinazzoli e, nel 2001, fallì la «Democrazia Europea» di Sergio D'Antoni, ex segretario generale della CISL.
Quando nel 2005, a fine Legislatura, il Governo Berlusconi varò l'attuale infausta legge elettorale (il c.d. porcellum), la situazione divenne insostenibile: il bipolarismo si trasformò in una gabbia, nella quale il Governo Prodi finì prigioniero. A un tratto però, in modo imprevisto, le cose sono cambiate con la nascita del Partito Democratico (PD). L'immobilismo della politica italiana è stato scosso, dopo che Walter Veltroni, leader del nuovo soggetto politico, ha reso noto che si sarebbe presentato «da solo» alle elezioni anticipate del 2008. Questa scelta del PD ha avuto come effetto non previsto il superamento, per via politica, di quel porcellum che sarebbe dovuto avvenire per via legislativa.

Nessuno poteva prevedere che la situazione sarebbe mutata tanto profondamente. Infatti, dopo che Veltroni prese le distanze dalla sinistra massimalista, Berlusconi, a sua volta, spinse i centristi dell'UDC ad allontanarsi; ma, così facendo, trasformò il PdL, nato dalla fusione tra FI e AN, in un partito di destra (aperto addirittura a qualche nostalgico del fascismo). Di conseguenza il PD si è venuto a trovare in mezzo (diciamo pure al «centro») tra la destra di Berlusconi e la sinistra di Bertinotti.
Sta qui la vera mutazione del quadro politico: le coalizioni precedenti di centro-destra (CdL) e di centro-sinistra (Unione) non esistono più; scomparendo, hanno spinto il PdL a destra e all'estremo opposto la Sinistra Arcobaleno; nello stesso tempo, hanno fatto riemergere uno spazio intermedio, che non esisteva più da 15 anni. In questo spazio si sono venuti a trovare sia il PD, di forte tendenza riformista, sia un'altra formazione politica nuova, la Rosa Bianca (RB), presieduta da Savino Pezzotta. A sua volta, l'UDC di Pier Ferdinando Casini, erede del vecchio centro ed estromessa dal PdL, è venuta ad affollare il medesimo spazio. Di fronte a un quadro politico così mutato, era prevedibile che i partiti dell'area centrale tornassero a esercitare un forte richiamo sul «voto cattolico», il quale tendenzialmente ha sempre considerato tale area come il suo luogo naturale.
2. Il «voto cattolico» nel nuovo quadro politico
Ovviamente, alle prossime elezioni, i cattolici - nonostante l'attrattiva che istintivamente provano per il Centro - potranno votare anche per gli altri partiti. Il loro pluralismo politico è ormai un dato acquisito non solo in via di fatto, ma anche in via di principio, alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II. Ciò non esonera i cristiani dal dovere di valutare responsabilmente i singoli programmi e di giudicarne la maggiore o minore coerenza con i propri valori ideali e con la dottrina sociale della Chiesa.
Poiché la maggioranza dei partiti che si presentano alle prossime elezioni è già nota a tutti, non è il caso di dedicarvi una ulteriore riflessione. Ci limiteremo perciò a esaminare da vicino le due possibilità che si aprono al centro del panorama politico, capaci di esercitare una particolare attrattiva sul «voto cattolico»: a) la «rifondazione» di una nuova DC; b) la scommessa di un nuovo popolarismo nel PD.
a) La «rifondazione» di una nuova DC. - La nascita della Rosa Bianca aveva suscitato un meritato interesse (cfr SORGE B., «Politica italiana: vino nuovo in otri nuovi», in Aggiornamenti Sociali, 3 [2008] 169 s).

Infatti, sulla base della conferenza stampa di Savino Pezzotta (9 febbraio 2008), era apparsa come una vera novità nel panorama politico italiano, grazie al suo programma aperto, al richiamo dei valori costituzionali e dell'ispirazione cristiana, al rigore morale nella scelta dei candidati. Soprattutto essa aveva il pregio di presentarsi come un «movimento federativo civico popolare», cioè come una forza politica laica, aconfessionale e «riformista», attenta a salvaguardare nello stesso tempo i valori dell'umanesimo cristiano e dell'umanesimo laico. «Vogliamo - disse Pezzotta - creare un nuovo spazio politico che aiuti tutti a uscire dal pensiero unico del bipolarismo che si sta trasformando in un bi-leaderismo che ci preoccupa». Quindi, la RB si proponeva di essere una «cosa nuova», diversa dal PdL e dal PD: «Una forza intermedia tra le forze maggiori, [...] utile a stemperare il manicheismo che ha avvelenato la politica italiana». A differenza della «fusione» tra Margherita e DS, da cui era nato il PD con il rischio di sacrificare la propria identità, la RB invece, attraverso la formula della «federazione», avrebbe tutelato le diverse identità dei soggetti fondatori: gli amici del Manifesto di Subiaco, Italia Popolare, Area Popolare Democratica e altri movimenti o associazioni presenti nel territorio.
Purtroppo, la Rosa Bianca è appassita ancor prima di sbocciare, confluendo nell'UDC, ultimo sopravvissuto dei «cespugli» ex democristiani, dopo la scomparsa dell'UDEUR di Mastella. A evitare questo passo falso non è bastato che le trattative snervanti tra la RB e Casini mettessero chiaramente in luce le differenze esistenti tra le due forze politiche: a) la RB voleva essere una «cosa nuova» e puntava alla «buona politica»; l'UDC invece è una «cosa vecchia»: ha condiviso per 14 anni la politica neo-liberista di Berlusconi, ha sostenuto il Cavaliere nel varo delle leggi ad personam, emanate per tutelare i propri interessi e quelli degli amici; ha approvato la devolution imposta con il ricatto dalla Lega Nord e poi bocciata dal referendum popolare; ha difeso strenuamente il porcellum, impedendo al presidente del Senato Franco Marini di formare un Governo istituzionale che lo modificasse; b) la RB pensava a un Centro «riformista» e cercava perciò uomini nuovi e puliti; l'UDC invece pensa a rifondare un Centro «democristiano» e ricicla vecchi uomini di potere e personaggi inaffidabili, incappati nelle maglie della giustizia.
Perciò, la decisione di formare una lista unica con Casini e di avviare con l'UDC un processo costituente ha deluso profondamente quanti avevano salutato con speranza l'iniziativa di Pezzotta.

Si è perduta un'occasione preziosa di dare vita a una esperienza nuova, gravida di futuro.
b) La scommessa di un nuovo popolarismo nel PD. - A questo punto, l'unica vera novità del quadro politico rimane il PD. Veltroni - nonostante le ombre che rimangono (cfr SORGE B., «Anno nuovo, politica nuova?», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2008] 5 s.) - è riuscito a trasmettere il senso del «nuovo» con una serie di decisioni: ha proposto di «andare da solo» alle elezioni, spiazzando tutti; ha rinnovato la lista dei candidati, favorendo la presenza di giovani (egli stesso si è messo simbolicamente in tre casi al secondo posto dopo di loro) e mandando a casa quelli con tre Legislature alle spalle, compresi personaggi eccellenti, ritenuti intoccabili; ha escluso quanti avessero pendenze giudiziarie; ha difeso la natura plurale del nuovo soggetto politico, aprendolo a «cattolici» e a «laici», a imprenditori e a operai, a uomini di cultura e a rappresentanti delle differenti categorie sociali. Il risultato è stato che, nelle liste del PD: 190 candidati hanno meno di 40 anni; 134 parlamentari eletti nel 2006 non sono stati ricandidati; le donne sono 379 (42% del totale); circa metà dei candidati non proviene dalle file dei DS e della Margherita (cfr la Repubblica, 6 marzo 2008, p. 10). Così facendo, Veltroni ha guadagnato visibilità, credibilità e consensi, tanto da accorciare significativamente in poche settimane - stando ai sondaggi - il largo svantaggio con cui era partito nei confronti di Berlusconi, che ha ricandidato l'80% dei suoi parlamentari uscenti.
Non tutto, però, è filato liscio. Rimangono tuttora difficili da comprendere e da digerire alcune scelte, che, pur essendo spiegabili in linea di principio, appaiono un errore da un punto di vista politico. Prima fra tutte l'inserimento di nove radicali nelle liste del PD. È stata una mossa che ha provocato sconcerto specialmente tra i cattolici, anche tra quelli che vedono con simpatia l'iniziativa di Veltroni. La levata di scudi contro l'ingresso dei radicali nel PD non è dovuta - come qualcuno ha detto - a paura o a rifiuto del dialogo. Essa nasce soprattutto dalla preoccupazione non solo per la perdita di credibilità, ma soprattutto per il rischio di introdurre elementi di frammentazione e di ingovernabilità. Infatti, il PD si era guadagnato la fiducia degli elettori, proprio grazie alla «novità» di «andare da solo» alle elezioni. Dove va a finire questa «novità» se, dopo avere già stretto un accordo con l'Italia dei Valori, ora si imbarcano anche i radicali, di cui è nota la cocciutaggine nel portare avanti le loro battaglie ideologiche?

Non si rischia di far rientrare dalla finestra la frammentazione politica che si voleva lasciare fuori dalla porta? Quale sarà il prezzo elettorale? È eloquente che, dopo lo scontro con Pannella, in «sciopero della sete» per rivendicare ai radicali un posto migliore in lista, il PD ha avuto nei sondaggi un calo di consensi dell'1% (cfr la Repubblica, 6 marzo 2008, 11).
Da un punto di vista politico, l'ingresso dei radicali appare dunque un errore, sebbene formalmente non sia stata stipulata un'alleanza con il partito radicale. Infatti, i nove candidati accolti nelle liste del PD, opportunamente selezionati, hanno rinunciato al loro simbolo, hanno sottoscritto il programma del PD, accettandone implicitamente il Manifesto dei Valori e il Codice Etico. Tuttavia rimane il dubbio sulla tenuta di questa adesione, dato che la cultura individualistica e libertaria dei radicali non è conciliabile con la cultura personalistica e solidale che sta alla origine del PD. Certo, qualora la sfida di Veltroni dovesse riuscire e i radicali finissero davvero con l'accettare la cultura del dialogo e della mediazione, sarebbe un evento di grande importanza per la democrazia nel nostro Paese. A noi, però, questa pare una ipotesi senza fondamento, una utopia.
Rimane la spiegazione che, sul piano teorico, Veltroni ha voluto dare della scelta compiuta. Essa - ha detto il 27 febbraio 2008 al convegno dei cattolici nel PD - fa parte della scommessa del PD: «Portare con sé, nella sua stessa identità, due idee precise: quella di un Paese non più separato da muri, da cortine di ferro, e quella di una politica non più ideologica». E ha chiosato: «La politica è questo. È lo spazio della convivenza con altri che hanno diversi valori etici. Ed è tentativo di argomentare e convincere gli altri della bontà di un'idea, di una proposta, di una scelta. È ricerca comune di soluzioni buone e condivisibili ai problemi di tutti. Altrimenti il confronto resta fermo allo scontro tra visioni incomponibili e inconciliabili, e la democrazia si riduce a registrazione dei rapporti di forza numerici». Questo discorso è certamente vero per quanto riguarda la «politica» in generale; è meno perspicuo, se riferito a un unico partito. Bisognerebbe rifarsi alla lezione di don Sturzo, il quale auspicava la nascita di un'area popolare democratica, in cui i diversi riformisti potessero convergere, a condizione che condividessero non solo il programma, ma soprattutto l'ethos a cui esso si ispira.
3. Criteri per un «voto cattolico» coerente e consapevole
I rischi e le contraddizioni del nuovo quadro politico, però, non devono indurre a cedere alla tentazione dell'assenteismo.


Anzi, i cattolici devono essere consapevoli che le prossime elezioni offrono una occasione propizia per ripensare il loro ruolo. Il mutato contesto li pone di fronte a un bivio: o ritentare l'esperienza già superata di una «nuova» DC o accettare la sfida di un popolarismo maturo. Come orientarsi? Anzitutto, occorre tenere presente che nessun partito è legittimato a presentarsi come il «partito dei cattolici». Chi lo fa, sa di barare. Infatti - ribadisce il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa - «il cristiano non può trovare un partito pienamente rispondente alle esigenze etiche che nascono dalla fede e dall'appartenenza alla Chiesa: la sua adesione a uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica» (n. 573). Il discernimento da compiere riguarda, dunque, la maggiore o minore convergenza del programma, dei valori ispiratori e dei profili dei candidati con la visione cristiana e con l'insegnamento sociale della Chiesa.
Ora, l'emergenza in cui versa l'Italia e la sua appartenenza all'Europa obbligano di fatto i diversi partiti a elaborare programmi più o meno simili, fino al punto che i contendenti si accusano di copiare l'uno il programma dell'altro. In questa situazione, occorre fare attenzione soprattutto alla filosofia politica a cui i partiti si ispirano. Le apparenti somiglianze in realtà si rifanno spesso a premesse antropologiche diverse, che conferiscono un diverso significato al programma preso nel suo complesso. Nonostante tutti dicano di rifarsi ai principi della Costituzione, tuttavia la lettura che alcuni ne fanno in chiave individualistica e utilitaristica è molto diversa da quella fatta in chiave solidale, con ricadute operative divergenti. Il neo-liberismo è agli antipodi del personalismo comunitario. Per meritare il «voto cattolico», non basta dunque la difesa dell'uno o dell'altro valore «non negoziabile», magari intestandogli una lista; occorre che siano garantiti tutti gli altri diritti e doveri che costituiscono la sostanza della vita democratica. In questa ottica, è decisiva la scelta dei candidati. Ma ora che il porcellum ha eliminato il voto di preferenza, è importante guardare soprattutto all'affidabilità politica e all'onestà morale dei leader, che hanno dato la loro impronta alle liste.
La situazione, dunque, si presenta complessa e difficile. Certo è un grave dovere morale partecipare al voto. Ma questo non basta. Come suggerisce il documento finale della Conferenza Episcopale Italiana con le conclusioni del Convegno ecclesiale di Verona (n. 26), occorre che la comunità cristiana si impegni in una nuova stagione formativa.


Si avverte urgente il bisogno di assistere spiritualmente e culturalmente i fedeli laici che oggi, nella società pluralistica e secolarizzata, sono chiamati a coinvolgersi in forme nuove e coraggiose di impegno politico e sociale.



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