Il passo avanti di Violante

"Corriere della Sera" del 13 febbraio 2009

Piero Ostellino ( 13 febbraio 2009 )

Ostellino commenta una lunga intervista a Violante apparsa sulle pagine de "Il Riformista".


STORIA E POLITICA

Il passo avanti di Violante

Luciano Violante scrive sul Riformista di essersi sentito «imbarazzato» ascoltando la rievocazione della «tragedia» delle foibe nel corso della celebrazione della «Giornata del ricordo»: «Se fosse stato raccontato un brano di vita di Mauthausen mi sarei immedesimato nella storia di quei vinti che poi hanno vinto. Mi sono reso conto, per la prima volta, che la mia storia politica era stata dalla parte degli aggressori, di chi legava il fil di ferro ai polsi delle vittime, prima di precipitarle, non dalla parte di chi aveva i polsi legati». Sono parole coraggiose, che gli fanno onore. Spero che nessuno, dico nessuno — tanto meno la parte politica che ci governa — voglia imbastirci una speculazione propagandistica.

Non è l'occasione per rinverdire un anti-comunismo datato di fronte alla sofferta confessione di un uomo che si chiede «perché l'aver appartenuto al Pci e il sentirmi tutt'ora dentro quella rigorosa educazione politica e quel complesso di valori civili e repubblicani mi facevano sentire tra quegli assassini ». A differenza di Violante, c'è chi è sempre stato dalla parte «di chi aveva i polsi legati», indipendentemente da chi, fascista, comunista o quant'altri, li legasse. Ma non ha potuto evitare di provare una certa commozione nel veder ammainare, dal pennone del Cremlino, la bandiera rossa del comunismo. Che ci piaccia o no, milioni di uomini sono morti — magari per mano di altri comunisti — in nome di un ideale di eguaglianza e di un progetto di società falliti non perché gli Stati governati in loro nome li abbiano traditi. Ma che sono falliti perché erano sbagliati nelle premesse, là dove postulavano — in dottrina, prima ancora che nella prassi — la negazione dei diritti di libertà individuali in nome di un'eguaglianza e di una società realizzabili solo attraverso la costrizione.

Violante si è però «indignato» per il titolo («Mi vergogno d'esser stato comunista ») che il giornale di Antonio Polito ha scelto per il suo articolo. Filologicamente, Violante ha ragione: la «vergogna» non compare nel suo testo. Ma è indubbio il passo avanti, la rottura che il testo di Violante rappresenta con lo spirito autoassolutorio che ha segnato il rapporto sin qui elaborato dagli eredi del Pci con la storia del comunismo italiano. Del resto, lo stesso Violante ammette di provare «imbarazzo » (è molto lontano dalla «vergogna»?) perché ha capito che nella sua storia il suo partito è stato dalla parte dei carnefici. E dice un'altra cosa che merita attenzione: «Il punto è che sinché la sinistra non celebrerà le foibe e la destra non celebrerà Fossoli resteremo divisi nelle nostre storie e nelle nostre memorie ». Vorrei essere il primo a sottoscrivere questa sua perorazione, proprio in nome di un Paese i cui cittadini si riconoscano finalmente nei diritti di libertà prima ancora che nella propria parte politica.

Sono convinto — a differenza di Benedetto Croce, il liberale della libertà come «categoria dello spirito » — che la libertà sia una «categoria della realtà », una concezione empirica, storica, della convivenza politica. Ma nelle parole di Violante pare di risentire l'eco di quelle di Croce, il quale definiva il liberalismo un pre-partito che avrebbe dovuto informare tutti gli altri in una società «aperta». Violante, in fondo, dice che c'è (ancora) tanto bisogno di principi liberali in questo Paese.



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