Qualcosa si muove

www.ilriformista.it del 27 marzo 2012

Alessandro De Angelis ( 28 marzo 2012 )

"Summit ABC. Alfano, Bersani e Casini trovano un accordo per cambiare il Porcellum. Ma il segnale politico chiesto da Monti sulla riforma del lavoro non arriva...."

Qualcosa si muove


Summit ABC. Alfano, Bersani e Casini trovano un accordo per cambiare il Porcellum. Ma il segnale politico chiesto da Monti sulla riforma del lavoro non arriva.

Nella foto Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando Casini E poco importa che il «segnale» richiesto dal premier Mario Monti alla “sua” variegata maggioranza non sia arrivato, perché l’accordo politico sulla riforma del mercato del lavoro non c’è.
L'effetto della sferzata asiatica del premier sui partiti si riduce a un puro istinto di sopravvivenza, quasi uno scatto d’orgoglio. I leader della «strana maggioranza» si riuniscono in uno strano vertice alla Camera per trovare un punto d’accordo almeno sulla legge elettorale e dare un segnale di utilità e di vitalità: «Ci hanno chiesto di battere un colpo, la politica l’ha fatto» sintetizza con realismo il leader dell’Udc Casini. Già, perché l’ennesimo vertice ABC sulle riforme riproduce l’ennesimo comunicato congiunto di archiviazione del Porcellum.
La novità, stavolta, è che riforma elettorale e riforme costituzionali viaggeranno in parallelo, nei due rami del Parlamento. E che ci sarebbe un accordo di massima su una bozza: il «tedesco bi-polarizzato» (copyright di Ignazio La Russa). Prevede l’abolizione del premio di maggioranza, garantendo comunque un «premio» che «sovrarappresenta» i grandi partiti, la reintroduzione di un sistema di scelta degli eletti - non necessariamente le preferenze - l’indicazione del candidato premier e una soglia di sbarramento. Tradotto: non ci sarà più l’obbligo di formare coalizioni e le liste non saranno solo di nominati. Un sistema che fotografa l’attuale quadro politico, e che lascia tutto aperto sul fronte degli assetti futuri: «Il sistema tedesco puro - spiega un capogruppo della maggioranza - obbliga alla grande coalizione, la bozza su cui siamo al lavoro non la agevola, ma non la esclude a priori». Il comunicato a firma Alfano, Bersani e Casini fissa anche l’agenda delle riforme costituzionali: «Riduzione del numero dei parlamentari, la revisione dell’età per l’elettorato attivo e passivo, il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, il superamento del bicameralismo perfetto».
Capitoli più volte condivisi, e già messi nero su bianco. Stavolta però pare che qualcosa si muova, se più di un partecipante al vertice, a microfoni spenti, racconta che, di fatto, «è passato il lodo Napolitano»: entro giugno la legge che archivia il Porcellum deve essere incardinata al Senato e il pacchetto di riforme istituzionali deve passare in prima lettura nell’altro ramo del Parlamento. Posizione apprezzata da Giorgio Napolitano. Che più volte in questi mesi ha sollecitato i partiti, ora che il governo è in buone mani, a ritrovare una missione e una legittimazione nel Paese mettendo mano all’architettura istituzionale. Ieri, un nuovo incoraggiamento ad andare avanti: nel corso di un incontro con il presidente del Senato, Napolitano esprime «il vivo apprezzamento» per il lavoro dei partiti e invita a «procedere senza indugio». Anche perché stavolta il terreno sembrerebbe sminato rispetto ai precedenti stop and go. L’accordo tra i partiti è nel percorso parallelo tra riforme istituzionali e riforma elettorale. Formula magica, la «contestualità», che consente al Pd di superare la paura della trappola: «Noi - dice un azzurro di rango - volevamo prima le riforme istituzionali poi in coda la legge elettorale. Bersani temeva che in tal modo non si sarebbe mai cambiato il Porcellum. Procedere in parallelo sul percorso tracciato dal capo dello Stato ha consento di superare i sospetti».
E ha consentito ai partiti di dare un messaggio di credibilità. Se è vero che da quando si sono ripresi la scena delegata per quattro mesi ai tecnici si sono rimessi a litigare su tutto, dal mercato del lavoro alla Rai, se è vero che l’incantesimo pare essersi rotto, è anche vero che la preoccupazione messa nero su bianco da Sergio Romano ieri sul Corriere («se si va avanti così è l’intero sistema che si decompone») è la stessa che corrode la testa di Bersani, Casini e Alfano. Arrivare al voto con la politica che si è limitata a sostenere, con tanti se e tanti ma l’esperimento Monti, non basta a evitare i forconi, un clima da ’92, e insieme a esso magari l’ennesimo uomo della provvidenza che rubi la scena ad ABC. Cambiare il Porcellum per salvare la ghirba, dunque. E chissà se basta la presunta, così l’hanno descritta, fumata bianca sulla legge elettorale, in assenza di un accordo «politico» sul mercato del lavoro. Perché Monti non vuole un confronto senza rete in Parlamento, ma un’intesa prima. E, per ora, il punto di mediazione non è immaginabile. Durante il vertice di ieri la vera fumata nera è stata proprio sull’articolo 18, anche se l’argomento non era in agenda. Con Bersani che è sbottato verso il segretario del Pdl: «Non potete accusarci di non volere la riforma del lavoro e di voler andare al voto a ottobre. C’è un limite anche alle stupidaggini». Alfano che non si è sottratto al duello: «E voi non potete pretendere che le riforme le fa la Cgil e noi diciamo sì». Argomento derubricato subito. Perché ieri andava dato un messaggio di pace. Finché dura.

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