Il premier tecnico e il patto politico

www.ilriformista.it del 28 marzo 20012

Alessandro De Angelis ( 29 marzo 2012 )

"Strappo. Sostenuto sempre più da Napolitano, il capo del governo non accetta stravolgimenti ai provvedimenti varati, e forza la mano ai partiti: su lavoro, Rai e giustizia chiede un vero patto tra Pd, Pdl e Terzo polo...."

Il premier tecnico e il patto politico


Strappo. Sostenuto sempre più da Napolitano, il capo del governo non accetta stravolgimenti ai provvedimenti varati, e forza la mano ai partiti: su lavoro, Rai e giustizia chiede un vero patto tra Pd, Pdl e Terzo polo.

Nella foto: Giorgio Napolitano Che qualcosa fosse cambiato tra Monti e la sua strana maggioranza si era capito già dalla prima raffica asiatica («non tiro a campare»).
Ieri, lo strappo. Perché le dichiarazioni del premier sulla mancanza di consenso della politica sono il segnale che l’incantesimo si è rotto: se i partiti stanno tentando di riprendersi un primato delegato per quattro mesi ai tecnici, Monti fa capire che non intende assistere al logoramento del suo governo. E in questo schema viene messa in conto anche la durissima reazione di Pier Luigi Bersani: «O politici e tecnici - dice il segretario del Pd - convincono insieme il Paese o sotto la pelle del Paese ce ne è abbastanza per prendere a cazzotti politici e tecnici». E viene messa in conto in conto anche la palpabile insofferenza verso il decisionismo montiano, percepito dai big dei tre azionisti di maggioranza come uno schiaffo a chi, sia pur con qualche maldipancia, da mesi vota misure ad alto impatto sul proprio elettorato.
Epperò la mossa di Monti non è un atto di irriverenza, o l’irritata bacchettata del professore verso alunni indisciplinati. Dietro il guanto di sfida («il governo ha consensi, i partiti no») c’è l’affondo di un politico che ha deciso di rompere la “trattativa” di palazzo. Il percorso immaginato pure dalle colombe di Pd e Pdl non è il suo. Prevede che il campo venga “sminato” dialogando sulla legge elettorale, come hanno fatto ieri i cosiddetti sherpa, per arrivare al confronto sul lavoro quando sul tavolo ci sono tutti i dossier, dalla Rai alla giustizia. A quel punto, questo lo schema, in Parlamento una qualche mediazione sulla riforma si trova, col Pd che magari cede sulla flessibilità in entrata e il Pdl che rinuncia alla crociata sull’articolo 18. Anche perché il testo sfornato da Palazzo Chigi per ora pare l’indice di un libro tutto da scrivere, e consente ampi margini ai mediatori parlamentari.
Un sentiero stretto, coperto dallo scontro elettorale sulle amministrative. Un sentiero la cui percorribilità non è scontata, e dipende, appunto, da un tira e molla quotidiano su ogni dossier. Ecco il punto. Monti ieri ha fatto saltare questo percorso, che lo impantanerebbe nella politica tradizionale. Per questo ha ricordato che il suo mandato è a termine, ha riconosciuto a Berlusconi il merito di aver fatto un passo indietro - gesto non da tutti - e ha pure soffiato sul fuoco del discredito della politica. Insomma, tornando al patto originario che ha dato vita al governo, ha fatto capire che o c’è un accordo “politico” (su tutto) tra i leader della maggioranza o oppure ognuno si assumerà l’onere delle proprie scelte. L’idea che ogni provvedimento possa uscire stravolto dalla dialettica parlamentare non fa parte delle corde del suo governo. Il ragionamento è semplice: si può pure concedere tempo sul mercato del lavoro, approvando la riforma a luglio quando le amministrative sono passate, si può concedere pure qualcosa al gioco delle parti, ma il premier in questi giorni vuole un chiarimento di fondo. Ora che nel palazzo iniziano a circolare le voci di un “Monti bis” dopo le amministrative con qualche tecnico “più politico” al posto dei super-tecnici, ora che i partiti sono con la testa alle elezioni producendo fibrillazioni sull’esecutivo, Monti sceglie di far uscire tutti allo scoperto: ognuno si assuma le responsabilità, e vediamo se ci sono i margini per un patto politico. Significa che i tre leader di maggioranza devono siglare un accordo su lavoro, Rai e giustizia, e farsene garanti in Parlamento. E lo strappo di ieri, misurato, calibrato, è arrivato quando il premier ha capito che al momento non ci sarebbero le condizioni per un incontro con ABC la prossima settimana: dal vertice non uscirebbe un patto complessivo tra Pdl-Pd-Terzo polo. Di qui l’avviso ai partiti rafforzato dalle parole del capo dello Stato (che oggi riceverà una delegazione dellla Lega), ennesima sponda a un governo nato come un governo del presidente («il Paese capisce ed è consapevole»). E se, per uno come Monti, la casualità non esiste, c’è un motivo pure se è stata fatta trapelare da Palazzo Chigi la notizia che, per prendere la telefonata di Fabrizio Cicchitto, il premier ha dovuto rinunciare ad ascoltare Obama. L’insofferenza di Monti sui veti del Pdl in materia di giustizia è pari a quella suscitata da Bersani sull’articolo 18. I berlusconiani non volevano una riunione a tre con la Severino prevista per domani. Preoccupati di trovarsi di fronte a un pacchetto a scatola chiusa su corruzione, intercettazioni, responsabilità civile avevano chiesto al guardasigilli un pre-incontro. Negato dal ministro. Che domani inviterà a fissare una lista di priorità collegialmente, per procedere alla stesura dei provvedimenti la prossima settimana. Poi, le commissioni. Dove il Pdl già pensa a emendamenti, mentre il governo vorrebbe chiudere siglando un accordo definitivo già domani.

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