Articolo 18, ora evitare le trappole dell'aula

"La Stampa" del 5 aprile 2012

Paolo Baroni ( 05 aprile 2012 )

"Il compromesso finale sulla riforma del lavoro accontenta i partiti, certamente più il Pd del Pdl, va incontro alle richieste della Cgil e lascia molto insoddisfatte le imprese..."

Articolo 18, ora evitare le trappole dell'aula


Il compromesso finale sulla riforma del lavoro accontenta i partiti, certamente più il Pd del Pdl, va incontro alle richieste della Cgil e lascia molto insoddisfatte le imprese.

Sul nodo più delicato rimasto fino a ieri in sospeso, quello dei licenziamenti per motivi economici, il pressing del Pd è riuscito a spostare decisamente l’asse a favore dei sindacati, e di Susanna Camusso in particolare. Che ancora ieri mattina continuava a battere sul tasto del reintegro. In caso di «insussistenza» delle ragioni economiche, con le nuove regole, il magistrato infatti potrà disporre il reintegro del lavoratore licenziato, soluzione fino a ieri non prevista nel disegno di legge del governo. Nel caso invece il motivo sia fondato scatterà l’indennizzo, che nella versione finale del ddl va da un minimo di 12 ad un massimo di 24 mensilità, contro le 15-27 del testo di dieci giorni fa. Soluzione «ragionevole» l’ha definita Bonanni. «Passo avanti importantissimo» secondo Bersani. Che ora attende il sì della Cgil. Le imprese invece protestano per gli eccessivi irrigidimenti sia in entrata che in uscita dal mercato del lavoro. A loro non basta lo «sconto» sugli indennizzi, né alcuni forme di addolcimento delle norme anti-precariato: giunti a questo punto Confindustria, Abi, Ania e coop chiedono al governo di rinunciare alla riforma piuttosto che vararne una «cattiva».

Il bello è che fino a ieri sera nessuno aveva potuto leggere il testo del disegno di legge, dal momento che il Quirinale non l’aveva ancora vistato ed il provvedimento non poteva essere quindi ancora reso pubblico. Di qui cautele, come quelle della Camusso, che pur avendo segnato un punto a suo favore non ha voluto pronunciarsi ufficialmente, e l’irritazione che si raccoglieva sul fronte del Pdl, che non ha ritrovato nelle cose raccontate da Fornero e Monti in conferenza stampa le modifiche concordate durante il vertice governo-maggioranza dell’altra notte.

Detto questo non bisogna pensare che quella avviata dal governo sia una mediazione al ribasso. È una mediazione, certo, che scongela un «mondo antico» e punta ad un risultato immediato: quello di blindare la riforma ancor prima dell’approdo in Parlamento, evitando che le novità vengano magari malamente scardinate come spesso accade durante il passaggio a Montecitorio e Palazzo Madama, e soprattutto garantire tempi rapidi di approvazione. Concetto che il presidente del Consiglio Monti ha ribadito ancora ieri dopo averlo spiegato con molti argomenti nell’intervista rilasciata a la Stampa. In questo modo, infatti, nei primi 200 giorni di vita il governo conta di portare a casa il 4? pilastro del suo programma dopo la messa in sicurezza dei conti (Salva-Italia), la riforma delle pensioni ed il pacchetto Cresci-Italia (liberalizzazioni e semplificazioni».

In positivo resta comunque lo «spacchettamento» per varie tipologie dei casi in cui si applica l’articolo 18 (oltre ai licenziamenti economici la nuova norma copre ovviamente anche quelli discriminatori e quelli per motivi disciplinari) e l’introduzione di una serie di novità che vanno dalla totale riforma degli ammortizzatori sociali, ad una risistemazione dei contratti con l’obiettivo di ridurre abusi e precariato e favorire giovani e donne. Si poteva fare di più? Certamente, ma il salto resta comunque significativo. Non a caso Monti, reduce dal viaggio in Estremo Oriente, dove su questi temi molto si è dilungato nel corso dei tanti colloqui con governanti, politici e business community, ieri parlava di «passaggio storico», di grande svolta per il Paese.

Una svolta resa ancor più significativa dall’ultima novità annunciata ieri: nel disegno di legge verrà inserita in un secondo tempo una delega ad hoc per estendere la riforma anche ai dipendenti pubblici. E questo è un’altra novità importante, un altro tabù che cade.


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