Sempre più affamati di cultura

"La Stampa" del 13 giugno 2012

Francesco Bonami ( 13 giugno 2012 )

"Ma guarda un po’! Verrebbe da dire, gli Italiani piangono miseria e nel 2011 hanno speso più del 7% della loro spesa generale in cultura e ricreazione. Di cosa vi lamentate allora? Direbbe qualche ministro di vicina memoria. La cultura non ci farà ingrassare ma stare meglio sicuramente sì. Non si spiegherebbe questa tendenza...."

Sempre più affamati di cultura

Ma guarda un po’! Verrebbe da dire, gli Italiani piangono miseria e nel 2011 hanno speso più del 7% della loro spesa generale in cultura e ricreazione. Di cosa vi lamentate allora? Direbbe qualche ministro di vicina memoria. La cultura non ci farà ingrassare ma stare meglio sicuramente sì. Non si spiegherebbe questa tendenza.

Tendenza ancora più interessante se si sottolinea che la gente preferisce andare per musei e mostre che ad eventi sportivi. Il desiderio non è semplicemente quello di volersi distrarre per dimenticare crisi, bollette e tasse ma anzi viene fuori dal rapporto di Federculture del 2011 che il desiderio è conoscere, riflettere, pensare, guardare e, perché no, anche sognare.

La cultura, cenerentola di bilanci e vittima predestinata di rigorose ghigliottine governative, è invece ciò che dà ad una società e alla sua collettività la possibilità di sperare, l’energia per continuare a voler far parte di quella fantastica e concreta astrazione che si chiama «umanità». Il saputello che uscirà fuori contraddicendomi ci sarà di sicuro, ma per quel che ne so io non mi pare sia mai esistita un’epoca della storia umana dove non si sia prodotta e consumata qualche forma di cultura. Dai graffiti di Altamira ai nostri tempi. Ora se il fare e consumare cultura fosse questa inutile bizzarria qualcuno sarebbe riuscito ad eliminarla obbligando noi poveri essere umani a lavorare e produrre merci da consumare senza mai avere la possibilità di mettere in moto la nostra immaginazione o confrontarci con quella altrui. Non è mai successo. Anche nei momenti più bui abbiamo bisogno di andare a cercare idee, gesti, suoni, immagini che ci consentano, nel modo più libero possibile, di ricordare quanto meravigliose siano l’anima e la fantasia umane. Perché se no, in un’epoca dove ora dopo ora ci viene ricordato che tutto sta per andare a rotoli, verrebbe in mente a così tanti italiani di dire alla moglie o agli amici «Ti va di andare al cinema? Andiamo a vedere questa o quella mostra! Domani ho comprato i biglietti per il tale o tal altro concerto». La nostra curiosità è più forte del pessimismo dilagante. Per questo tagliare i fondi della cutura, affamare i teatri e gli enti lirici, ridurre i fondi per i musei, tentare di mettere montagne di spazzatura accanto a monumenti archeologici, non solo è gravissimo ma è anche controproducente da un punto di vista strettamente economico. È provato che società culturalmente soddisfatte spendono anche di più in campi non culturali. Sentirsi bene dentro ci porta anche a volerci sentire bene fuori, a desiderare città più belle ed ordinate, a volersi vestire meglio, a voler mangiare bene. Investire nell’ignoranza, riducendo gli investimenti nella cultura e nell’educazione, che poi sono due sorelle siamesi inseparabili se non facendone morire una delle due, significa costruire malessere, violenza, cinismo. Se gli italiani vanno di più nei musei che negli stadi è chiaro che la cultura violenta degli ultrà è più debole dell’arte e della musica. Quindi più cultura significa anche più sicurezza. Potenziare l’insegnamento delle materie umanistiche, rafforzare la qualità delle visite ai musei, creare un’offerta sempre più capillare sul territorio di teatro, danza, musica e cinema non significa buttar via soldi in un momento in cui ce ne sono pochi ma far funzionare meglio quelli che ci sono. Quando sento che assessorati alla Cultura di grosse metropoli si lamentano perché invece di 40 milioni ne hanno ora 33 mi si accappona la pelle. Trentatré milioni usati bene sono una quantità di denaro enorme che potrebbe rispondere e soddisfare quella che chiaramente è una domanda enorme di cultura da parte di una nazione fatta di cittadini che sempre di più desiderano uscire di casa non solo per mangiare un gelato ma anche per godersi una scultura, un quadro, un quartetto d’archi o un bel film. Forse la cultura non si mangerà ma i dati dimostrano che la fame di cultura sta aumentando. Ignorarla potrebbe provocare una carestia e le carestie sono sempre terribili e funeste per qualsiasi governo.


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