No a ogni pratica medica che porti all'eutanasia

"Famiglia Cristiana" n. 10 dell' 8 marzo 2009

Sconosciuto ( 08 marzo 2009 )

Primo Piano rubrica del settimanale cattolico dedica questa settimana il suo intervento alla legge sul fine vita. "Una legge di fine vita è giusta se esprime con chiarezza la contrarietà all'eutanasia (o suicidio assistito), all'accanimento terapeutico e a ogni forma di abbandono medico."

CRITERI E PRINCÌPI PER CONSENTIRE UNA GIUSTA LEGGE SUL FINE VITA

NO A OGNI PRATICA MEDICA CHE PORTI ALL'EUTANASIA

Una legge di fine vita è giusta se esprime con chiarezza la contrarietà all'eutanasia (o suicidio assistito), all'accanimento terapeutico e a ogni forma di abbandono medico.


C'è accordo nel fare una legge di fine vita, ma c’è il rischio che non ottenga ampia condivisione. Non si tratta di fare una legge cattolica o laica, ma una legge giusta. In base a quali princìpi? Anzitutto, il criterio dell’autodeterminazione del soggetto e, quindi, la libertà-responsabilità delle proprie decisioni. Per molti la libertà comprende anche decidere della propria morte. Se qualcuno la pensa diversamente – dicono – non può imporre la sua volontà agli altri.

Si fa ricorso all’articolo 32 della Costituzione, che stabilisce: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Non si può non riconoscere che è un principio basilare ma, proprio per questo, esige una legge applicativa, che bisogna fare, per evitare interpretazioni estreme che vanno dal diritto a vivere al diritto a morire.

Come obiezione fondamentale, la libertà del soggetto (autodeterminazione) è assoluta e incondizionata? Che la vita propria e altrui sia indisponibile è un’affermazione di fede o anche di ragione? La vita non è in nostro pieno dominio se si considera che ci è stata data senza la nostra volontà e senza la nostra volontà ci può essere tolta. È più vero riconoscere che il mistero della vita e della morte rinviano oltre.

In ogni caso, a differenza del suicidio, la domanda di porre termine alla propria esistenza è rivolta alla società. Ma la società, e per essa lo Stato, può autorizzare qualcuno (il medico) a dare o affrettare la morte? La risposta è negativa: una legge di fine vita è giusta se proibisce ogni pratica medica che, per azione o omissione, sia funzionale all’eutanasia.

Un secondo criterio è la libertà di cure, in base al quale spetta al soggetto, se cosciente, comunicare al medico quali avere e quali rifiutare. In previsione di una condizione in cui non si è in grado di intendere e volere, può comunicare mediante il testamento biologico. In ogni caso, la volontà del soggetto dev’essere chiara ed esplicita. Inoltre, il testamento biologico non può trasformarsi in una domanda di eutanasia, quale sarebbe la richiesta di sospendere ogni cura ordinaria o straordinaria che sia.

Un terzo criterio riguarda il medico e il servizio sanitario nazionale, che hanno il dovere di garantire a tutti il diritto a vivere e, quindi, di assicurare le cure normali e proporzionate. In questo contesto, per i malati in coma persistente, si pone il problema se idratazione e alimentazione artificiali siano da collocare nell’ambito dell’accanimento terapeutico e, quindi, liberamente da sospendere, oppure se siano cure ordinarie, da garantire per legge.

Ha solido fondamento chi sostiene che idratazione e alimentazione artificiali non sono terapie, ma trattamenti di sostegno vitale e quindi, in linea di principio, obbligatori. Queste sono persone viventi e alle persone viventi non si possono far mancare i trattamenti di sostegno. Sospenderli equivale a "far morire".

Da ultimo, il criterio del rapporto medico-paziente, che va considerato in termini di alleanza e non di contrapposizione. Il testamento biologico è uno strumento utile perché il medico, assieme ai familiari, prenda la decisione migliore per il paziente. Il testamento biologico non annulla la responsabilità del medico e non può ridurlo a mero esecutore della volontà altrui.

Una legge di fine vita è giusta se esprime con chiarezza la contrarietà all’eutanasia (o suicidio assistito), all’accanimento terapeutico e a ogni forma di abbandono, al quale il medico e il servizio sanitario nazionale non possono obbedire.



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