Lo spariglio del Professore

"La Stampa" del 27 giugno 2012

Marcello Sorgi ( 27 giugno 2012 )

"Preparati al peggio: ecco come bisogna sentirsi, alla vigilia del vertice europeo di domani e venerdì. Monti lo ha detto chiaramente ai leaders ricevuti ieri a Palazzo Chigi, e lo ha ripetuto, con qualche cautela in più, ai parlamentari della sua maggioranza...."

Lo spariglio del Professore



Preparati al peggio: ecco come bisogna sentirsi, alla vigilia del vertice europeo di domani e venerdì. Monti lo ha detto chiaramente ai leaders ricevuti ieri a Palazzo Chigi, e lo ha ripetuto, con qualche cautela in più, ai parlamentari della sua maggioranza.

Parlamentari che faticano a trovare una vera intesa per consentirgli di trattare a Bruxelles con l’appoggio di cui ha bisogno.

Pronunciato nelle stesse ore, l’ennesimo «no» della Merkel agli eurobond lascia poche speranze su quello che per settimane era stato presentato come l’appuntamento decisivo. Aspettarsi miracoli è inutile. L’esito più probabile sarà una delusione crescente nei due giorni di negoziati, un enorme allarme, sabato, dopo le conclusioni, e un inevitabile tentativo di recupero nel fine settimana, per parare il colpo della riapertura dei mercati di lunedì. L’Italia potrà poi contare in una sorta di tempo supplementare nel bilaterale previsto tra Monti e Merkel il 4 luglio.

Ma malgrado avvertimenti e minacce di un’intera settimana, l’ultima, in cui, soprattutto nel centrodestra, non s’è parlato d’altro che di elezioni anticipate, le reazioni dei tre partiti che sostengono il governo non saranno distruttive. Come Monti ha constatato ieri nella colazione con Berlusconi, Alfano e Gianni Letta, faccia a faccia, nel chiuso di una stanza, il Cavaliere è molto più responsabile di quanto non appaia pubblicamente. Al suo successore, Berlusconi non ha fatto mistero di faticare a tenere a freno l’ala più dura del suo partito, rassicurandolo sul fatto che non pensa alle elezioni in autunno. Ed anche se, appena fuori da Palazzo Chigi, ha simulato una drastica presa di distanza dal governo, ed è arrivato a condividere l’infelice giudizio («una boiata») del presidente di Confindustria Squinzi sulla riforma del lavoro, Monti sa di non poter pretendere di più dal suo predecessore, specie adesso che, pure ai suoi occhi, è apparso bramoso di rientrare in campo e giocare, non si sa come, una nuova partita.

Più facile, era nelle attese, il colloquio del presidente del Consiglio con Bersani. Anche se fino a un certo punto, dato che il leader del Pd non nasconde i suoi timori per le tentazioni elettorali del Pdl e non è disposto a scommettere sul fatto che Berlusconi manterrà intatto il suo appoggio al governo, come Casini chiede invece di promettere una volta e per tutte.

Sono queste incertezze che hanno spinto il premier, a poche ore dalla partenza per Bruxelles, a cambiare tattica nei confronti dei suoi alleati e in qualche modo a capovolgere il loro gioco. Invece di negoziare passo dopo passo, alla maniera di questi ultimi mesi, il consenso a provvedimenti indispensabili, ma non definitivi, Monti s’è rivolto ai suoi interlocutori più o meno così: conosco le vostre difficoltà, ma invece di dirmi tutti i giorni che non potete spingervi oltre un certo limite, per non entrare in conflitto con i vostri elettori, vi siete accorti che le cose si stanno aggravando più del previsto? E avete pensato, di conseguenza, a come comportarvi?

Parole chiare - e dure - che scombinano i giochi dei partiti. La prospettiva di restare in surplace di qui alla fine della legislatura, distillando un appoggio intermittente, stentato, critico al governo, e magari preparando al contempo la corsa alle urne, sta franando insieme alla speranza, e forse all’illusione, di trovare uno straccio di intesa a livello dell’Unione, per salvare l’Eurozona dall’eurocrollo.

In un quadro così, è inutile dirlo, nessuno sa veramente cosa fare. Ma a parte la propaganda che nel clima preelettorale va messa in conto, anche un minimo di solidarietà tra le forze politiche può acquistare straordinaria importanza. E’ proprio quel che è mancato finora - al di là di «preamboli» ed escamotage dell’ultima ora -, nel dibattito parlamentare sul destino dell’Europa alla Camera.


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