Beati i Paesi con tanti musei.

"La Stampa" dell'8 marzo 2009

Mario Vargas Llosa ( 09 marzo 2009 )

Il grande scrittore peruviano spiega perchè i musei sono importanti e perchè svolgono un ruolo fondamentale per l'educazione delle giovani generazioni e per il futuro di ogni paese.


Beati i Paesi con tanti musei.



Sono necessari quanto le scuole e gli ospedali curano le menti dalle nebbie dei pregiudizi


Il signor Ántero Flores-Aráoz, ministro delle Difesa peruviano, è un sostenitore della teoria secondo la quale al Perù non servono musei finché sarà povero e avrà carenze di carattere sociale. Non parliamo di un gorilla pieno di alamari e con la segatura al posto del cervello, ma di un avvocato che, sia come professionista sia come politico, ha fatto una brillante carriera nel Partito popolare cristiano, da cui è uscito qualche tempo fa per assumere l’incarico di rappresentare il paese come ambasciatore presso l’Organizzazione degli Stati Americani. Che cosa può indurre un uomo non stupido a dire stupidaggini? Due vizi profondamente radicati nella classe politica peruviana e latino-americana: l’intolleranza e l’incultura.

Per inserire l’ukaze del ministro nel giusto contesto dobbiamo ricordare che, tra il 1980 e il 2000, il Perù patì una guerra rivoluzionaria innescata da Sendero Luminoso, il cui terrorismo selvaggio provocò una risposta militare anch’essa di portata vertiginosa. Cica 70 mila peruviani, in gran parte miseri contadini delle Ande e abitanti dei villaggi più poveri ed emarginati del paese, trovarono la morte in questo cataclisma.

Finita la dittatura di Alberto Fujimori (condannato proprio in questi giorni per i crimini contro l’umanità compiuti durante il suo regime), il governo ha nominato una Commissione della Verità e della Riconciliazione per accertare le proporzioni di questa tragedia sociale. Utilizzando il materiale delle proprie indagini, la Commissione ha organizzato una delle più emozionanti esposizioni mai viste in Perù, che ancora oggi si può visitare, in forma ridotta, nel Museo della Nazione a Lima. Intitolata «Yuyanapak» (Per ricordare), documenta, attraverso foto, filmati, quadri sinottici e testimonianze di vario tipo, la demenziale ferocia con cui i terroristi di Sendero Luminoso e dell’Mrta (Movimento rivoluzionario Tupac Amaru), insieme con i Comandi delle Forze Speciali e i gruppi d’annientamento - come il tristemente famoso Gruppo Colina -, seminarono il terrore mietendo migliaia di vite innocenti. E certifica anche l’impotenza e la disperazione delle parti più umili e disgraziate del paese di fronte a questo uragano scatenato dal fanatismo ideologico e il generale disprezzo della morale e della legge.

Il primo ministro tedesco, Angela Merkel, in visita uffiale in Perù, ha promesso di appoggiare finanziariamente la realizzazione di un Museo della Memoria che, seguendo le orme già tracciate da «Yuyanapak», sarebbe stata una documentazione veritiera - momento d’insegnamento e di monito - delle rovine materiali e morali subite dal Perù negli anni del terrore e, nello stesso tempo, un appello alla riconciliazione, alla pace e alla convivenza democratica. Rispettando la parola data dal Cancelliere, il governo tedesco ha proposto di donare due milioni di dollari. Il governo peruviano, con una decisione sconcertante, ha fatto sapere che non accetterà questa offerta tedesca. E il ministro della Difesa ha avuto l’incarico di motivare lo sgarbo con una teoria che così potremmo riassumere: «Il Perù non ha bisogno di musei».

Il ministro ha spiegato che in un paese dove c’è grande carenza di scuole e ospedali e dove tanti soffrono la fame, un museo non può essere una priorità. In base a questa filosofia, gli Stati dovrebbero fare investimenti a difesa del proprio patrimonio archeologico, monumentale e artistico solo quando abbiano assicurato prosperità e benessere a tutta la popolazione. Se, nei secoli scorsi, fosse prevalsa questa visione così pragmatica, non esisterebbero il Prado, il Louvre, la National Gallery, l’Ermitage, mentre il Machu Picchu avrebbe dovuto essere messo all’asta per comprare matite, abbecedari e scarpe. E il ministro ha ripetuto le critiche già avanzate in passato alla Commissione e a «Yuyanapak»: scarsa imparzialità e un atteggiamento di faziosa equidistanza nel giudicare l’operato dei terroristi e quello delle forze dell’ordine.

Queste critiche sono di un’ingiustizia lampante. Nessuno più di me ha condannato il terrorismo di Sendero Luminoso e del Mrta. In quegli anni ero candidato alla presidenza del Perù e ho dedicato gran parte della mia campagna elettorale a denunciare i loro crimini e il loro folle fanatismo sostenendo la necessità di combatterli con la massima energia possibile, ma all’interno delle leggi, perché se un governo democratico per sconfiggere il terrorismo incomincia a utilizzare i metodi dei terroristi, come faceva Fujimori, costoro vinceranno la guerra anche se potrà sembrare che la perdano. Per questo hanno attentato due volte alla mia vita. D’altro lato credo d’aver criticato, con la stessa forza, le compiacenze, gli atteggiamenti pusillanimi e le mancate prese di posizione degli intellettuali di sinistra nei confronti del terrorimo. In nome di tutto ciò penso di poter dire senza essere accusato di simpatie estremiste, dopo aver letto a lungo i documenti della Commissione, che c’è, in questo lavoro, un importante sforzo di portare alla luce la verità della storia nel dedalo di carte, testimonianze, note informative, dichiarazioni, manipolazioni e contraddizioni messe a confronto. In questi nove, ponderosi volumi sono, ovviamente, sfuggiti errori. Ma, sia nelle motivazioni, sia nelle conclusioni, non emerge la benché minima intenzione di parzialità: al contrario, si nota un impegno onesto, e direi quasi ossessivo, nel presentare quanto è accaduto con la maggior esattezza possibile, avvertendo in modo inequivocabile che la prima e maggior responsabilità di questa mostruosa carneficina è stata dei fanatici senderisti e degli aderenti all’Mrta, persuasi che, uccidendo a man salva tutti gli oppositori, avrebbero portato in Perù il paradiso socialista.

Noi peruviani abbiamo bisogno del Museo della Memoria per combattere questi ciechi e ottusi atteggiamenti d’intolleranza che innescano la violenza politica. Per far sì che quanto è accaduto negli Anni 80 e 90 non si ripeta. Per comprendere dove conducono la delirante follia degli ideologi marxisti e maoisti e, contestualmente, i metodi fascisti con i quali Fujimori e Montesinos li hanno combattuti nella convinzione che, per raggiungere un obiettivo, si possa fare a meno di regole.

I musei sono necessari ai Paesi quanto le scuole e gli ospedali. Educano, a volte, più delle aule e, soprattutto, in un modo più sottile, privato e duraturo rispetto a quello che ci viene offerto dai maestri. E anch’essi curano non i corpi, ma le menti dalle nebbie dell’ignoranza, del pregiudizio, delle superstizione e da tutte le malattie che impediscono agli esseri umani di comunicare tra loro e li esasperano e li spingono a uccidersi. I musei sostituiscono la visione piccina, provinciale, meschina, unilaterale, campanilistica della vita e delle cose con una visione ampia, generosa, plurale. Affinano la sensibilità, stimolano l’immaginazione, educano i sentimenti e risvegliano nelle persone uno spirito critico e autocritico. Il progresso non vuol dire solo molte scuole, molti ospedali e molte strade. Vuol dire anche, e forse soprattutto, quel sapere che ci rende capaci di cogliere la differenza tra il bello e il brutto, l’intelligenza e la stupidità, il buono e il cattivo, l’accettabile e l’inaccettabile, che chiamiamo cultura. Nei paesi in cui ci sono molti musei la classe politica è, di solito, più presentabile che nei nostri e, lì, non è così frequente che i governanti dicano o facciano idiozie.

(El País)

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