Gli operai dell'ultima ora

"Famiglia Cristiana" n. 11 del 15 marzo 2009

Roberto Zichittella ( 15 marzo 2009 )

Viaggio del settimanale cattolico tra le diocesi. Tema: l'aiuto delle Chiese locali di fronte alla crisi economica.



LA CRISI ECONOMICA E L’AIUTO DELLE CHIESE / 1. POMIGLIANO
LA DIOCESI SI MOBILITA AL FIANCO DEI CASSINTEGRATI

GLI OPERAI DELL’ULTIMA ORA
Il messaggio del vescovo di Nola: «Ascoltate il grido di questa gente, non vi chiede né oro né argento, vi chiede solo lavoro». Così tutte le parrocchie si sono mobilitate.

Stare appesi al mercato, di questi tempi, è un po’ la stessa condizione dei soldati della poesia di Ungaretti: «Si sta come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie». Ma per i 5 mila lavoratori della Fiat di Pomigliano (e per gli altri 10 mila dell’indotto legato allo stabilimento campano) a quanto pare non c’è altro da fare. Almeno a sentire le parole di Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat. «Se il mercato italiano dovesse tornare ai livelli del 2008», ha detto l’amministratore delegato del Lingotto, «riusciremmo a gestire in tempo anche il problema di Pomigliano. Ma se ci sarà un calo fondamentale del mercato, non c'è nessun produttore in Europa che può mantenere la capacità produttiva che ha».
Parole chiare, chiarissime, quasi brutali. La sorte del maggiore stabilimento industriale del Mezzogiorno è legata al mercato dell’automobile. Un mercato in crisi nera, che spera di risollevarsi grazie agli incentivi offerti dal Governo. Ma il dramma di Pomigliano è che qui si producono auto come le Alfa 159 e 147, che restano tagliate fuori dagli aiuti. Perciò sono auto che, verosimilmente, nei prossimi mesi troveranno sempre meno acquirenti.
Difficile pensare al futuro
Già se ne vendono poche, ma se ne venderanno ancora di meno. E per gli operai di Pomigliano, che in questi giorni tornano temporaneamente in fabbrica dopo 19 settimane di cassa integrazione, diventa difficile pensare a un futuro. «Futuro? Ormai non so che cosa voglia dire questa parola. Io vivo giorno per giorno», sospira Carmen Abbazia, 37 anni, che da sette anni guida un carrello elevatore all’interno dello stabilimento. Carmen è divorziata, ha tre figli e vive a Pomigliano. «Da settembre sono in cassa integrazione», racconta, «e con 700 euro al mese è difficile mantenere i ragazzi. Stiamo tagliando tutte le spese, il sabato la pizza la faccio io in casa. Non so che futuro avranno i miei ragazzi. Mia figlia fa la scuola alberghiera e ogni giorno deve prendere il treno, ma viaggia senza biglietto per risparmiare i 50 euro dell’abbonamento mensile. So che non si deve fare, ma i soldi non ci bastano». Se si guarda l’età media degli operai, quasi 35 anni, fra quelli del gruppo Fiat lo stabilimento di Pomigliano è il più "giovane" d’Italia.

Massimo Brancato, segretario generale della Fiom (il sindacato dei metalmeccanici della Cgil) di Napoli, spiega: «Si tratta in larghissima parte di lavoratori monoreddito con la famiglia a carico. Già con lo stipendio pieno hanno seri problemi ad arrivare a fine mese, figuriamoci con i 750 euro dell’indennità di cassa integrazione».
È la stessa denuncia che arriva dalla Chiesa. In un documento della diocesi di Nola che porta la firma di don Aniello Tortora, direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro, è scritto e sottolineato: «Non è possibile, non è dignitoso, oggi, per una famiglia arrivare alla fine del mese con 750/800 euro!».

La città fantasma
La crisi dello stabilimento Fiat-Alfa non tocca solo la fabbrica, ma tutto un territorio. Per questo motivo la manifestazione del 27 febbraio ha visto la partecipazione corale di tutta la cittadina. Per quattro ore Pomigliano è stata una città fantasma, con le saracinesche abbassate. E a sfilare non c’erano soltanto gli operai, ma anche il sindaco, i suoi colleghi dei Comuni vicini, parroci, il vescovo di Nola. «Ci troviamo di fronte a una situazione gravissima. La mancanza del lavoro, il crollo dei consumi e l’impoverimento delle famiglie possono portarci alla deriva», mette in guardia Antonio Della Ratta, sindaco di Pomigliano. Intervenendo al comizio che ha concluso la manifestazione, il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, si è rivolto ai dirigenti della Fiat.
«Ascoltate il grido di questa gente», ha implorato il vescovo dal palco, «non vi chiede né oro né argento, vi chiede solo lavoro. Non scaricate questa crisi sui poveri operai». Per monsignor Depalma «questa è l'ora della grande solidarietà». «La Chiesa», ci spiega, «attraverso le parrocchie, ha sempre fatto la sua parte, ma ora deve farlo in modo più forte e incisivo».
Da queste parti la Chiesa è sempre stata al fianco dei lavoratori nei momenti di difficoltà. Fin dai tempi della crisi dell’Alenia nel 1992, quando nella vicina Acerra il vescovo Antonio Riboldi sostenne per 52 giorni la protesta degli operai. «Noi siamo sempre in piazza, la Chiesa o si incarna lì dove ci sono le problematiche sociali oppure non è Chiesa. Non possiamo permetterci di avere nuovi poveri, questo la Chiesa non lo può tollerare», dichiara don Tortora.
Un veterano della solidarietà con i lavoratori è don Peppino Gambardella. La sua parrocchia di Pomigliano, San Felice in Pincis, da anni è un punto di riferimento quando i momenti si fanno difficili. «Noi ci attiviamo per aprire alla solidarietà tutta la comunità cristiana, come il buon samaritano si prende cura di chi giace sulla strada in difficoltà», dice don Peppino. La parrocchia ha ospitato un incontro con i lavoratori e i sindacalisti, inoltre il consiglio pastorale parrocchiale ha rivolto una lettera-appello ai fedeli. E la Caritas fa la sua parte.
La paura è una sola: se Pomigliano riduce la sua attività o, peggio, chiude, ci saranno migliaia di persone in pasto agli usurai e alla camorra. «Tanti, troppi cittadini cui la malavita guarda come l’avvoltoio le carcasse», scrive il consiglio parrocchiale. «Il fenomeno dell’usura è in forte aumento», lamenta don Peppino, «perciò abbiamo aperto uno sportello antiusura e un’associazione antiracket. Se non si fronteggiano camorristi e usurai, se non si fanno investimenti e non si crea lavoro, Pomigliano è destinata a morire». Al momento la Chiesa locale non intende aprire un fondo di solidarietà. «È solo assistenzialismo, così come lo sono social card e bonus familiari. La dignità può darla solo il lavoro, magari anche attraverso le cooperative», dice don Tortora, che è anche responsabile per la Campania del Progetto Policoro della Cei rivolto ai giovani disoccupati del Sud. «Ci rincuora la solidarietà, ma vogliamo lavoro, cioè dignità», conferma Ciro Esposito, 42 anni, operaio alla catena di montaggio e dirigente sindacale dell’Ugl. Nel 2008 Ciro ha lavorato solo sei mesi con lo stipendio pieno di 1.500/1.600 euro, gli altri sei mesi ha portato a casa solo i 730 euro dell’indennità di cassa integrazione. «Ma per la mia casa di Portici, dove vivo con mia moglie e i miei due figli, pago una pigione di 450 euro. Non so che futuro mi aspetta».
Massimo Brancato, della Fiom, chiede subito tre interventi concreti: «Il Governo porti dal 60 all’80 per cento del salario l’indennità di cassa integrazione. Secondo: la Regione Campania faccia partire il piano di formazione che integra il reddito con 200 euro al mese. Terzo: si facciano accordi con la grande distribuzione per delle convenzioni, così che i lavoratori possano andare a fare la spesa a prezzi più contenuti». Ma resta la preoccupazione per le parole di Marchionne. «Ormai», sottolinea Brancato, «è l’unico manager al mondo che spera nel mercato regolatore». Appeso al mercato l’operaio Ciro trova anche la voglia di scherzare: «Tra poco apriranno il grande inceneritore di Acerra, vedrai che ci manderanno tutti là. Ma non a lavorare, a bruciare».




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