Tempo di ripensare il Patto europeo

"Avvenire" del 17 aprile 2013

Leonardo Becchetti e Giancarlo Marini ( 17 aprile 2013 )

"Essere europeisti non significa essere acquiescenti verso politiche macroeconomiche che rischiano di far naufragare la moneta unica..."

Vincoli ragionevoli svolta su debito e credito

Tempo di ripensare il Patto europeo


Essere europeisti non significa essere acquiescenti verso politiche macroeconomiche che rischiano di far naufragare la moneta unica. La prima cosa che il nuovo governo italiano, quando ne avremo uno, dovrà fare è richiedere un cambiamento radicale dei trattati e della governance europea. È inconcepibile che ricette di politica economica dimostratesi fallimentari continuino a essere riproposte anche con maggior forza, pur avendo causato recessione e disoccupazione insostenibili. Lo spirito europeistico delle origini, durato sino all’inizio anni 90, sembra ormai perso, con la risorgenza dell’ostinazione su rigore e austerità da imporre ai Paesi in difficoltà, anziché contribuire a far sì che gli sforzi di risanamento e delle riforme possano essere coniugati con politiche più sensate e generose, come quelle che hanno consentito alla Germania dell’Est di recuperare rapidamente terreno rispetto ai cugini dell’Ovest.

La trappola delle eccessive imposizioni fiscali, così come originariamente formulata nel Patto di stabilità, è stata ulteriormente peggiorata dal Fiscal compact. Su queste colonne l’abbiamo argomentato più volte. Ma è bene ricordare che i famosi (e famigerati) parametri fiscali di Maastricht non hanno alcun fondamento teorico ed empirico. Non c’è alcun motivo per cui il rapporto deficit-Pil debba essere sempre e comunque inferiore al 3% e che il valore ideale del rapporto debito-Pil, a cui ogni Paese deve aspirare, debba essere il 60%. Questi valori sono stati scelti principalmente per il fatto che rendono il rapporto debito-Pil costante nel tempo nell’ipotesi che il Pil nominale cresca del 5% l’anno. Questo è quanto accadeva all’inizio degli anni 90. Occorre ricordare, però, che soltanto il rispetto del vincolo sul deficit venne considerato necessario per partecipare all’Unione Monetaria, nella consapevolezza che il requisito sul debito non fosse realmente stringente. Non ha molto senso, infatti, concentrare l’attenzione sul rapporto tra uno stock (debito) e un flusso (Pil), in quanto qualsiasi manovra correttiva non potrà che avere effetti minimi su tale indicatore e tra l’altro, potrà soltanto peggiorarlo ulteriormente, come puntualmente accaduto negli ultimi anni.
Manovre restrittive causano riduzioni del Pil (del 2,6% lo scorso anno) e pertanto un aumento anziché una diminuzione del rapporto debito-Pil. Perché allora insistere col Fiscal Compact? Perché continuare a prevedere che i Paesi con valori del debito-Pil superiori al 60% debbano ridurre di 1/20 ogni anno la parte che eccede tale rapporto, pur sapendo che non sarà possibile? Tenendo conto, oltretutto, che con i valori di crescita attuali il rapporto debito-Pil "ideale" sarebbe del 100% e non del 60% ? Come ha ricordato in questi giorni Paul Krugman in presenza di choc asimmetrici che colpiscono una sola parte dei Paesi membri le unioni monetarie tendono a sbilanciarsi verso politiche deflattive, utili per i Paesi in surplus, ma dannose per i Paesi in difficoltà.

Il nuovo auspicato governo italiano, pertanto, dovrebbe avanzare poche semplici richieste tenendo conto di alcune basilari esigenze.
1) Riformulare il Fiscal compact, imponendo al più vincoli sulle uniche variabili controllabili dai governi, ovvero spesa pubblica e tassazione. 2) Debellare la speculazione destabilizzante con interventi illimitati della Bce a sostegno dei Paesi impegnati nel risanamento; tutto ciò al fine di eliminare lo spread che ha effetti negativi importanti sull’economia reale: in primo luogo, perché aumenta l’onere del debito dei Paesi in difficoltà e, in secondo luogo, perché rende maggiore il costo del credito per le aziende in questi stessi Paesi che di credito hanno, invece, più bisogno. Anche con lo spread più contenuto di questi ultimi mesi, infatti, i dati sul costo medio del credito indicano tassi medi sui prestiti molto più bassi in Germania rispetto a Paesi come Italia o Portogallo; ma soprattutto rilevano che la crisi sta generando restrizioni sui volumi del credito a imprese e famiglie assai severe nei Paesi del Sud Europa. 3) Accelerare senza più tentennamenti la costruzione di un’Unione Politica che preveda legami di fiducia e solidarietà simili a quelli esistenti tra gli Stati membri di Paesi federali come la Germania e gli Stati Uniti.

Più lungimiranza e magnanimità da parte dei Paesi del Nord e più serietà e coerenza nel migliorare i sistemi economici nei Paesi del Sud sono le strade che possono consentirci di raggiungere quest’obiettivo.



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