Napolitano in Usa, così Andreotti mediò

"Avvenire" del 17 aprile 2013

Roberto Rotondo ( 19 aprile 2013 )

"Quando WikiLeaks è per i libri di storia ma evoca analogie con il presente..."

LA STORIA
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Napolitano in Usa, così Andreotti mediò


Quando WikiLeaks è per i libri di storia ma evoca analogie con il presente. L’organizzazione di Julian Assange ha recentemente pubblicato le corrispondenze diplomatiche degli Stati Uniti relative agli anni Settanta, i Kissinger Cables: tra quelle che riguardano l’Italia (e che sono state rilanciate da l’Espresso) ci sono anche le missive tra Washington e l’ambasciata Usa a Roma del 1975, relative al visto di entrata negli Usa negato a Giorgio Napolitano, allora dirigente del Partito comunista italiano, che era stato invitato a tenere un ciclo di conferenze nelle università statunitensi.

Il nostro presidente della Repubblica, oggi tra le personalità italiane più apprezzate negli Usa, non ottenne il visto «per evitare di dare un attestato di rispettabilità al Pci» in quell’occasione venne negato anche a Sergio Segre, altro politico comunista. Fino ad allora, infatti, mai un dirigente del Pci aveva potuto compiere un viaggio ufficiale negli Usa, superando le limitazioni imposte dallo Smith Act del 1940, e i tempi non sembravano maturi neanche quella volta, anche se nel novembre dello stesso anno, in un altro contesto, lo Smith Act fu superato: nel novembre, infatti, una delegazione dell’Unione interparlamentare venne ricevuta negli Usa.

Tra loro, insieme a Giulio Andreotti che con la sua conoscenza degli Usa era quasi un garante, c’erano alcuni parlamentari comunisti: Franco Calamandrei e lo stesso Sergio Segre. Uno degli accademici americani che nel 1975 invitò Napolitano, perché sembrava dirigersi verso forme di socialismo europeo molto prima di altri compagni del suo partito, era Joseph La Palombara. Politologo, italianista, nel ’75 era professore a Yale, La Palombara ha già raccontato come andò: «Volevamo capire se il nostro governo fosse disposto ad adottare un’interpretazione più morbida del famoso Smith Act, e fare delle eccezioni per un numero limitato di eurocomunisti europei che consideravamo importanti.

C’era stata una lettera inviata alla Casa Bianca firmata da me, da Nick Wahl dell’Università di Princeton e da Stanley Hoffmann dell’Università di Harvard, ma la risposta fu negativa». S’incaricò di bloccare tutto Helmut Sonnenfeldt, consigliere al Dipartimento di Stato retto da Henry Kissinger, come spiegò La Palombara: «Il Segretario di Stato si oppose fermamente. Quando lo incontrai a un ricevimento a Washington e mi lamentai, la sua replica fu in linea con la sua politica e il suo personaggio: "Ci sarà abbastanza tempo per invitarli da noi quando arriveranno al potere!" disse. La risposta di Kissinger ebbe il pregio della chiarezza: finché lui fosse rimasto al Dipartimento di Stato, non avremmo potuto far avanzare quel tipo di inviti». Ma i documenti messi oggi in rete dall’organizzazione di Assange raccontano una storia monca, perché va ricordato che il viaggio di Napolitano negli Usa si realizzò tre anni dopo, dal 4 al 19 aprile del 1978, e fu un viaggio storico, sia perché fu il primo di un dirigente del Pci negli Usa, sia perché avvenne in un momento drammatico della storia del nostro Paese.

Erano, infatti, i giorni del rapimento di Aldo Moro: l’Italia della solidarietà nazionale era sconvolta dai comunicati delle Br, dai morti, divisa tra la sofferta linea della fermezza e quella della scelta umanitaria. Lo stesso Andreotti, che l’11 marzo 1978 aveva costituito il suo IV governo, un monocolore Dc con una maggioranza programmatica che inglobava anche il Pci, ricorda nei suoi scritti che il viaggio negli Usa di Giorgio Napolitano, membro della segreteria del Pci, aveva delle connotazioni particolari: «Mi diedi da fare anch’io con l’ambasciata statunitense a Roma perché quel visto fosse concesso.

Si trattava infatti di un’occasione importantissima: Napolitano potè spiegare agli americani l’evoluzione del Pci e il senso della politica che il suo partito perseguiva in quegli anni». Giorgio Napolitano gli rimase sempre grato per l’aiuto, come conferma una sua lettera autografa del 9 maggio 2006, conservata nell’Archivio Andreotti, in cui Napolitano, fresco di elezione al Quirinale, scrive: «Non dimentico come ti adoperasti per il buon esito di quella mia prima missione negli Stati uniti: venni a chiederti consiglio nel tuo studio a Palazzo Chigi, mi assicurasti il sostegno della nostra ambasciata e a Washington mi mettesti in contatto con Dini, a casa del quale potei incontrare il rappresentante del Fondo monetario».

Inoltre, nel 1978, anche se l’ipoteca della Guerra fredda rimaneva pesante, qualche passo era stato fatto rispetto a tre anni prima: in Italia la politica della solidarietà nazionale aveva avvicinato il Pci all’area di governo e, a livello internazionale, l’Atto di Helsinki del 1975 e le iniziative Salt per il disarmo Usa-Urss erano stati segnali di disgelo. Conseguentemente il presidente Carter, succeduto a Nixon, aveva ammorbidito le regole per i visti di ingresso negli Usa per gli esponenti dei partiti comunisti stranieri. Giorgio Napolitano, al ritorno dagli Usa, scrisse il suo diario di viaggio in un importante articolo per Rinascita dal titolo «Il Pci spiegato agli americani: le conferenze a Harward, Princeton e Yale, le domande degli studenti sulla politica italiana, l’incontro con economisti come Tobin, Modigliani e Samuelson».

Ma per La Palombara il momento in cui la visita negli States raggiunse il suo massimo risultato fu l’incontro del 14 aprile al Council on Foreign Relations di New York. L’uditorio era composto da grandi avvocati, banchieri, industriali, rappresentanti di multinazionali: «Posso testimoniare lo stupore di alcuni membri del Council, che chissà cosa s’aspettavano dicesse questo "comunista" italiano sbarcato a Manhattan. Dopo la mia presentazione Napolitano si alzò e, in un inglese fluente, tenne una dissertazione sull’economia italiana e internazionale».

La Palombara ha ricordato in un’intervista a 30Giorni come, al Council, Napolitano rimandò all’«accordo programmatico» in vigore dal luglio ’77 «che non includeva la cooperazione del Pci nell’area della politica estera italiana», sottolineando subito dopo, però, le mozioni unitarie votate in Parlamento da Pci e Dc nell’autunno del ’77 sul rafforzamento della Comunità europea, sul contributo comune da dare per la distensione, la riduzione degli armamenti e la piena attuazione dell’Atto di Helsinki.

Napolitano spiegò ancora che «il Pci non si opponeva più alla Nato come negli anni Sessanta», e chiuse affermando che «lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia». Fu, quindi, una sintesi delle basi su cui era costruita la solidarietà nazionale. Stagione che si chiuse nel 1979, ma che è stata richiamata alla memoria lo scorso 8 aprile dal presidente Napolitano, che ha ricordato come «ci volle coraggio per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà, imposta da minacce e prove che per l’Italia si chiamano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico come degenerazione ultima dell’estremismo demagogico». Un messaggio che è stato letto da tutti come un richiamo al presente da parte del Presidente che termina il suo settennato e un suggerimento metodologico per il prossimo futuro.


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