La sconfitta e il dovere

www.unità.it del 19 aprile 2013

Claudio Sardo ( 19 aprile 2013 )

Editoriale...

La sconfitta e il dovere

La sconfitta del Pd è stata cocente. Una personalità del valore di Franco Marini – fondatore del Pd dopo una vita spesa nel movimento sindacale – è stata esposta ad un risultato che non meritava, sul piano umano e su quello politico. Il gruppo dirigente ha sbagliato – le valutazioni se non la strategia – e questo strappo consumato con una parte attiva del suo popolo, unito alla mancata elezione del presidente al primo turno, rischia ora di compromettere la proposta del Pd. Ma anche l’ordine sparso dei parlamentari del centrosinistra ha offerto un’immagine allarmante: come può la legislatura andare avanti se i gruppi di maggioranza non sono capaci di esprimere soluzioni unitarie, magari correggendo errori, comunque rispettando le regole condivise?
Il rischio maggiore è, appunto, che la sconfitta coinvolga e trascini il Paese. E questa sconfitta costerebbe assai di più di quella di un partito. L’Italia della crisi economica e sociale può risalire la china solo se è capace di tenere insieme due elementi vitali. Il primo, il più evidente, è un grande cambiamento politico. Senza cambiamento non ci sarà ripresa. Non ci sarà fiducia. E resteremo tutti imprigionati in questa spirale che mortifica il talento, che aumenta le diseguaglianze, che esaspera l’individualismo, che uccide imprese e lavoro. Se non cambia, l’Italia muore. E morirà anche l’Europa. Il governo che verrà, se verrà, non può seguire il percorso degli ultimi anni. Deve parlare a chi invoca una riscossa, deve esprimere una svolta in termini di legalità, di politiche di sviluppo, di solidarietà sociale. Siamo ad un passaggio storico e corriamo il pericolo di un declino di civiltà.
Ma, ecco l’altro elemento vitale, il grande cambiamento nelle politiche – e nella trasparenza della competizione e del conflitto – deve combinarsi con una nuova intesa tra gli italiani, con una nuova solidarietà, con una rinnovata percezione del bene comune. Nei momenti in cui questo Paese è stato capace di compiere un balzo in avanti, il cambiamento è sempre stato unito ad un forte sentimento di solidarietà. Negli ultimi vent’anni, invece, alle reiterate denunce di inciucio non ha corrisposto alcun vero compromesso democratico, di quelli che producono per tutti un significativo passo in avanti.
Qualunque scelta si farà per il presidente, qualunque scelta verrà per il governo, questi due fattori sono ineliminabili. Può anche cambiare il gruppo dirigente del Pd, può fallire una proposta di governo o una legislatura, ma senza un vero cambiamento e senza un rafforzamento – nella competizione – dell’unità del Paese, non ci sarà futuro per i nostri figli. E questo è esattamente il nodo che resta irrisolto al termine della prima giornata di votazioni per il Capo dello Stato.
Le larghe intese, i governissimi sono impraticabili. Non perché il popolo del centrosinistra non li vuole, ma perché non servono alla svolta necessaria per il Paese. La riforma della politica e delle istituzioni, i ruoli di garanzia, il rafforzamento della democrazia dei cittadini sono dimensioni che appartengono invece a una nuova idea di partecipazione, dunque appartengono a tutti. Il tripolarismo emerso dalle urne rende più complicata la naturale ripartizione tra ciò che riguarda il governo e ciò che invece riguarda l’auspicabile intesa tra avversari. Su questa difficoltà stavolta è caduto il Pd. Ma deve trovare la forza e l’orgoglio per rialzarsi. Sì, l’orgoglio perché è ancora la possibile cerniera dell’unità nazionale. Ha un dovere verso il Paese, prima ancora che verso se stesso e i propri elettori. Un Pd balcanizzato non servirebbe a nessuno. La sua identità oggi è in questa duplice missione.

Materiale: