La Repubblica è sospesa nel vuoto

"Corriere della Sera" del 20 aprile 2013

Angelo Panebianco ( 21 aprile 2013 )

"Fino ad ora ha vinto Beppe Grillo. Mentre nel Partito democratico, la cui malattia paralizza da due mesi l'Italia pubblica, dopo un'impressionante serie di rovesci, si chiude, con le dimissioni annunciate, l'era Bersani. Ricapitoliamo le ultimissime vicende..."

La Repubblica è sospesa nel vuoto


Fino ad ora ha vinto Beppe Grillo. Mentre nel Partito democratico, la cui malattia paralizza da due mesi l'Italia pubblica, dopo un'impressionante serie di rovesci, si chiude, con le dimissioni annunciate, l'era Bersani. Ricapitoliamo le ultimissime vicende. Prima Grillo, gettando il nome di Stefano Rodotà in pasto ai grandi elettori, e sfruttando il conflitto fra Bersani e Renzi, ha affossato l'accordo Pd-Pdl su Franco Marini. Ieri, giunti alla quarta votazione, è riuscito ancora una volta a incornare il Pd: Rodotà ha ottenuto più voti (una cinquantina) di quelli di cui disponeva sulla carta il Movimento 5 Stelle. Soprattutto, il nuovo candidato del Pd Romano Prodi, è andato incontro a una sconfitta: centouno voti in meno di quelli che avrebbe ottenuto se il Pd, compatto, lo avesse sostenuto.
Con grande dignità Prodi si è ritirato.

È la seconda personalità, dopo Marini, che un Pd allo sbando è riuscito a bruciare. Qualunque cosa ora può accadere. Ma è comunque Grillo, per ora, a condurre il gioco. Si sta affermando come il nuovo vero leader della sinistra italiana (Matteo Renzi, al massimo, può aspirare al posto di comprimario). La Repubblica sta forse per cambiare natura?

La malattia del Pd: constatato di che pasta fosse fatto ormai il gruppo dirigente si capisce meglio perché l'anima profonda del partito, la sua vera base (non quella finta, mediatica), sia sempre stata, per anni, prevalentemente dalemiana. Perché Massimo D'Alema è stato l'unico a ereditare non solo i limiti ma anche le virtù (forza, serietà, realismo, indisponibilità a piegarsi ai diktat di piazza o di giornali e intellettuali fiancheggiatori) che caratterizzarono molti del gruppo dirigente del Partito comunista. Quelli, a differenza di questi, «davano la linea», non se la facevano dare.

Immaginiamo che cosa sarebbe accaduto se Prodi, secondo il disegno di Bersani, fosse stato eletto con i voti determinanti dei 5 Stelle. Prodi è un uomo con l'esperienza politica e il profilo internazionale necessari oggi a un presidente della Repubblica. È anche (in tempi di pseudo-democrazia assembleare) un uomo della democrazia rappresentativa. Non c'è dubbio che se fosse stato scelto non sarebbe mai venuto meno ai suoi doveri costituzionali e avrebbe fatto anche i dovuti gesti distensivi nei confronti del «nemico», di quel Berlusconi (che rappresenta una così rilevante parte del Paese) contro il quale egli sarebbe stato eletto.

Ma la combinazione fra il suo lungo passato di leader di successo del fronte antiberlusconiano e le modalità della sua elezione avrebbe pesato sull'intero settennato. Eletto da una parte contro l'altra, avrebbe dovuto tenerne conto. E, a causa di quel vizio d'origine, mezzo Paese (quello che non ha votato Grillo né Bersani) non lo avrebbe mai riconosciuto come il «proprio Presidente». Il rischio, per il Paese, sarebbe stato quello di scivolare verso una situazione «venezuelana». Già la scelta aventiniana fatta da Pdl e Lega alla quarta votazione evocava brutti scenari.

In questo momento la Repubblica è come sospesa. Può ancora prevalere un presidente di garanzia. I voti ricevuti da Anna Maria Cancellieri, candidata di Scelta Civica, vanno in quella direzione. Ma potrebbe anche essere riproposta una presidenza politica. Con la politicizzazione integrale dell'elezione del presidente della Repubblica, con la scelta esplicitamente partigiana di una parte contro l'altra, la trasformazione, già da tempo iniziata, della natura della Presidenza della Repubblica si compirebbe. Servirebbe allora una classe dirigente capace di prenderne atto e di mutare subito le regole del gioco. Per togliere la democrazia italiana dalla pericolosa china che ha imboccato.

Ma c'è purtroppo in giro troppo pressapochismo istituzionale (mescolato a malafede). C'è, in primo luogo, in settori dell'opinione pubblica, una diffusa incomprensione dell'abc della democrazia. Quando si dice che la democrazia è procedura si intende dire che solo se si danno procedure formali chiare, pubbliche e rispettate si può, prima di tutto, misurare il consenso di cui gode il rappresentante. È la certezza delle procedure che ci tutela contro coloro che pretendono di parlare a nome del «popolo» avendo alle spalle, o manipolando, piccole minoranze più o meno organizzate: per esempio, quanti, nelle Quirinarie di Grillo, hanno votato Rodotà? Mistero. È questo, prima di tutto, che fa della democrazia rappresentativa l'unica forma possibile di democrazia, la sola che impedisca la prevaricazione dei piccoli numeri (le minoranze intense orientate da capipopolo che nessuno ha eletto) ai danni dei grandi numeri (il grosso degli elettori).

C'è poi una diffusa incapacità/indisponibilità (anche fra le élite ) a capire le vere regole della democrazia rappresentativa. Se si sceglie la politicizzazione della Presidenza bisogna trarne le conseguenze: il presidente della Repubblica può essere il frutto di una scelta partigiana (guelfi contro ghibellini, blu contro bianchi, eccetera) solo se egli prevale in una competizione aperta i cui arbitri siano gli elettori. La presidenza politica è incompatibile con il parlamentarismo. È però in qualche modo tragico il fatto che proprio coloro che sembrano tuttora orientati a favore di una scelta partigiana siano gli stessi che più si oppongono all'elezione diretta del presidente. È questo impasto di inconsistenza culturale e di partigianeria cieca che, spesso, fa morire le democrazie.



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